Il Tribunale di Terni

di Fabio Toni

«Poi dicono che smettere di fumare fa bene». A scanso di equivoci, si tratta di una battuta. Anche se una donna di Terni potrebbe pensarla diversamente: il suo tentativo di dire ‘basta’ alle sigarette si è trasformato in un’odissea, con tanto di problemi di salute. Ma andiamo per gradi.

La proposta Nel 2010 la donna, che oggi ha 74 anni, viene contattata da un’azienda toscana specializzata in terapie antifumo. Il trattamento in realtà è uno solo e viene definito «efficace, risolutivo e innocuo» dalla solerte voce che lo propone al telefono. Un po’ l’insistenza, un po’ la voglia di smettere, alla fine la signora accetta di incontrare i responsabili dell’azienda. L’appuntamento-lampo è fissato per il giorno dopo, in uno studio fisioterapico di Terni.

Il contratto Lì le illustrano il trattamento. Poi scatta la proposta: «100 euro di acconto e 3.150 attraverso un finanziamento da restituire in rate». La cifra è di quelle impegnative ma la donna, che in testa ha un obiettivo preciso, decide di accettare: «D’altronde – pensa – per la salute non si bada a spese, no?».

Il trattamento Si tratta di un’unica seduta più tre di ‘mantenimento’ non obbligatorie – scatta il pomeriggio stesso. La signora raggiunge di nuovo lo studio e viene posizionata sotto un macchinario con una sorta di elettrodo applicato ai lobi delle orecchie: in gergo, «auricoloterapia». Il tutto dura circa un’ora. Alla fine la rimandano a casa, con alcune indicazioni su cosa fare per rendere la cura ancora più efficace: «Beva acqua e limone e faccia un po’ di moto». Tanto caro quanto semplice.

Guai Speranzosa, fa ritorno a casa. Poche ore dopo, arrivano i primi problemi: la donna inizia ad accusare tachicardia, vertigini, picchi al petto e un leggero stato confusionale. Spaventata, avverte la figlia che contatta l’azienda ma senza ricevere consigli né un aiuto. Poi chiamano la guardia medica che consiglia un po’ di riposo. «Magari passa tutto, è solo suggestione»- Macché.

Cure Dopo due giorni, i sintomi sono ancora lì. Così decide di andare in ospedale – non una bensì due volte – dove le somministrano una specifica terapia farmacologica. Alla fine, grazie ai medici, il problema rientra. Ma solo diversi giorni dopo.

‘Mazziata’ Nel frattempo, i contatti con l’azienda non si sono interrotti. Solo che le risposte si sono fatte via via meno cortesi. Anzi, quasi scocciate. Fino a quando le precisano che la prestazione «è stata regolarmente eseguita» e che lei, insomma, il contratto lo deve rispettare. Altro che recesso, «deve pagare». Riesce (sic) anche ad ottenere un incontro con il responsabile che si dice disponibile a stracciare l’accordo, ma solo dietro il pagamento di un corrispettivo.

La denuncia È a quel punto che la 74enne, sentendosi raggirata, decide di sporgere querela. L’iter ‘carsico’ che va dalla procura al Gip, ora è sfociato davanti al tribunale in composizione monocratica. A giudizio, per truffa, ci sono finiti due amministratori di altrettante società interessate dalla vicenda. Nell’udienza di lunedì mattina, la donna si è costituita parte civile attraverso gli avvocati Maria Letizia Caristia e David Rossi. In aula ci si tornerà il 23 giugno per ascoltare proprio la parte offesa che, nel frattempo, sembra abbia cambiato metodo, passando alla ‘sigaretta elettronica’.