di Marco Torricelli
Quasi 600mila euro. È quanto rischiano di dover pagare una dipendente e due medici dell’Asl ternana, Morena Vincenzi, Francesco Bonini e Dino Scaia, chiamati a rispondere, davanti collegio giudicate della Corte dei conti regionale (presidente Alberto Avoli, consigliere Fulvio Maria Longavita, referendaria Beatrice Meniconi), degli addebiti mossi nei loro confronti dalla procura regionale presso la sezione giurisdizionale dell’organismo di controllo. È l’atto finale di quello che venne definito lo scandalo delle ‘protesi d’oro’.
La truffa La faccenda era iniziata dieci anni fa, con una segnalazione della guardia di finanza di Terni che dava il via ad una serie di accertamenti sulla fornitura di protesi a pazienti aventi diritto con oneri a carico del servizio sanitario nazionale e sul possibile danno subito dalla allora Asl4. Dagli accertamenti, scrive la procura regionale presso la sezione giurisdizionale della corte del conti dell’Umbria, era emerso «che le prestazioni erano di fatto controllate da una dipendente che, oltre a facilitare l’erogazione di quanto richiesto dai pazienti, indirizzava gli assistiti verso un’unica ditta, in cambio di regalie di varia natura, tanto da farle realizzare un fatturato pari ad oltre la metà della spesa totale della Asl per l’assistenza protesica».
Le autorizzazioni Gli accertamenti, spiega la procura, «hanno evidenziato l’esistenza di numerosi moduli di ‘fornitura dell’assistenza protesica’ con firme false, con l’aggiunta di codici di prodotti diversi ed in aggiunta rispetto a quanto inizialmente prescritto, senza la prevista controfirma o autorizzazione del medico prescrittore; modelli privi della diagnosi di prescrizione e del preventivo», ma anche irregolarità relative a firme mancanti da parte di medici. Ed è qui, secondo la procura, che sarebbero entrati in gioco i due medici coinvolti nell’inchiesta.
Le ‘sanitarie’ In totale secondo la procura, tra il 2002 e il 2003, con 387 pratiche irregolari si sarebbero favorite sei ‘sanitarie’ ternane. Una in particolare – la ‘Sanitaria Centro Cesure’ – e altre cinque: la ‘Sanitaria Ortopedia Calzoni Laura e Rotondi Marco’, la ‘Sanitaria Sandro Froscianti’, la ‘Sanitaria Pegaso di Di Martino Valeria & C.’, la ‘Sanitaria Lupattelli’ e la ‘Ortopedia Vergelli Sergio’, «con un danno totale, subito dalla Asl per gli illeciti relativi alla fornitura delle protesi, di 242.047,83 euro».
Pazienti morti Un capitolo particolare, la procura lo dedica alle «numerose pratiche intestate a persone decedute antecedentemente all’autorizzazione alla fornitura dell’ausilio protesico, alcune delle quali recavano addirittura la data di avvio del procedimento successiva al decesso del beneficiario, come comprovato dalle relative certificazioni rilasciate dal Comune di Terni». 68 i casi verificati: «Il danno complessivo subito a questo titolo (protesi assegnate a soggetti deceduti) dalla Asl4 – secondo la procura – è pari a 74.808,94 euro».
Convenzione ignorata Nonostante che dal 1° gennaio 2003 fosse operativa una convenzione tra l’Asl 4 e la Sapio life di Monza, vincitrice di una gara di appalto (aggiudicata con un sconto medio pari al 41,7%), sempre secondo la procura si sarebbe continuato a far ritirare gli ausili autorizzati presso le sanitarie private locali, a prezzo pieno e «per i motivi di cui sopra, l’Asl4, per il solo anno 2003, ha sostenuto un costo ingiustificato pari a 43.728,10 euro».
Archivio sparito La guardia di finanza ha anche appurato che «numerosissimi fascicoli riguardanti le erogazioni di ausili protesici forniti non si trovavano più nel relativo archivio dell’Asl4. Il costo relativo alla ricostituzione dell’archivio rappresenta un danno per l’amministrazione sanitaria ed è pari a 10mila euro».
Le contestazioni La procura ha ipotizzato «un rilevante danno patrimoniale (per 370.584,87 euro) e di immagine (per 200mila euro) sofferto dalla Asl4 di Terni e del quale vengono ritenuti responsabili (con percentuali di responsabilità diverse; ndr): Morena Vincenzi; Francesco Bonini, responsabile del settore protesi e Dino Scaia, medico specialista prescrittore». Morena Vincenzi, dopo essere stata in un primo tempo trasferita al Cup di Terni, aveva presentato un ricorso al giudice del lavoro ed era poi stata assegnata nuovamente al servizio aziendale ausili e protesi dell’ASL.
Le confessioni I titolari di una delle ‘sanitarie’, afferma la magistratura contabile, «in sostanza confermavano di aver fatturato all’Asl molte pratiche non regolari, avvalendosi dell’aiuto della signora Morena Vincenzi, impiegata dell’ufficio protesico dell’Asl e consegnavano ai finanzieri tre elenchi ove erano indicati, a loro dire, i nominativi ed i presidi con i relativi importi delle pratiche non regolari» e la «dazione delle somme di denaro e delle regalie alla stessa Morena Vincenzi dopo che le forniture irregolari venivano pagate». Numerosi familiari di persone decedute «che risultavano aver ricevuto, dopo la data del decesso ausili protesici dalla Asl attraverso le ditte sanitarie locali, hanno confermato i fatti, con particolare riferimento alla consegna della protesi dopo o nonostante l’avvenuta comunicazione del decesso».
La richiesta La procura regionale della corte del conti, insomma, chiede che i tre siano condannati a versare, complessivamente, quasi 600mila euro a titolo di risarcimento nei confronti della Asl: «266.587,07 euro Morena Vincenzi, 177.319,9 euro Francesco Bonini e 128.333,15 euro Dino Scaia». L’importo «è pari all’intero danno quantificato e si chiede, inoltre, la condanna alla rivalutazione monetaria dalla data dell’evento lesivo ed agli interessi, oltre alle spese di giudizio».
La prescrizione Mentre due socie di una delle ‘sanitarie’ coinvolte nella faccenda, erano state giudicate con rito abbreviato e condannate in primo grado ad un anno e sei mesi (pena sospesa), per i tre – che nel corso delle indagini svolte anche dalla procura della repubblica, erano stati accusati di diversi reati – e per altre persone implicate nella vicenda non si è mai arrivati a una sentenza di merito, in quanto nel 2011 era scattata la prescrizione. Ma non per la Corte dei conti.
