La conferenza stampa

di Fabio Toni

Risolvere un caso di omicidio non capita tutti i giorni. E ancora, raggiungere l’obiettivo attraverso metodi investigativi tradizionali – quelli legati anche alle capacità, alle intuizioni e al sesto senso degli inquirenti – è un merito che va a tutti coloro che ci hanno lavorato e si sono spesi in prima persona.

La denuncia Questo è accaduto con la scomparsa di Victor Marian Iordache, denunciata dai familiari lo scorso 29 aprile. All’inizio sembrava un caso come tanti: il ‘solito’ rumeno già entrato e uscito più volte dall’Italia. Finito chissà dove, forse proprio nel suo paese d’origine.

Le prime verifiche coinvolgono direttamente l’ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della questura, sotto lo stretto coordinamento del dirigente Giuseppe Taschetti e del sostituto commissario Anna Maria Mancini. Capiscono che qualcosa non torna, alcune dichiarazioni rese dalle persone che per ultime hanno visto Victor Iordache presentano elementi contraddittori. Così relazionano tutti i loro dubbi al questore Carmine Belfiore.

Nasce il pool La decisione del capo della questura è di dare vita a un pool d’indagine formato dalle forze migliori dell’ufficio prevenzione generale e della squadra mobile, quest’ultima coordinata da Francesco Petitti, per unire le energie investigative dietro la guida – definita «sapiente» – del sostituto procuratore Elisabetta Massini.

La procura Con il passare dei giorni matura la convinzione che dietro a quella scomparsa, apparentemente spiegabile, ci sia qualcosa di strano. Come ha spiegato il capo della procura Cesare Martellino: «C’erano i sospetti ma mancava il corpo del reato. Casi del genere possono finire in archivio – ha detto il magistrato – ma ciò non è avvenuto per l’ostinazione del magistrato inquirente, la dottoressa Massini, e degli ispettori che hanno insistito nel seguire le tracce più promettenti che, inizialmente, sembravano non avere sbocchi».

Confessione Il cerchio attorno ad Andrea Arcangeli si è stretto con il passare dei giorni. Fino a quando, messo di fronte all’evidenza, non ha confessato tutto, conducendo i poliziotti nel luogo dove aveva sepolto il suo amante. «La confessione non è stata determinata dal rimorso – ha detto Cesare Martellino – ma dall’evidenza di fronte alla quale è stato posto l’omicida. Il plauso va a tutti coloro che hanno operato attivamente e ciò dimostra come esista una grande sinergia fra la procura, la polizia e tutte le altre forze dell’ordine con cui abbiamo il piacere di collaborare ogni giorno».

La prima fase A riferire sulla prima fase d’indagine è il dirigente del reparto Volanti, Giuseppe Taschetti: «Abbiamo acquisito alcuni elementi-base riguardanti il soggetto scomparso – spiega -. Poi da lì ci siamo mossi ascoltando le persone che lo avevano visto o che lo conoscevano. Le contraddizioni emerse ci hanno spinti ad andare più a fondo insieme al questore e al dottor Petitti». Al gruppo di lavoro non sfugge il tentativo di Andrea Arcangeli di allontanare da sé i sospetti: «Così facendo – spiega il vicecommissario Anna Maria Mancini – non ha fatto altro che accrescerli».

Il cerchio si stringe Dopo le prime intuizioni, si passa alla fase operativa supportata dalle competenze della squadra mobile: «Grazie agli elementi raccolti – spiega il dirigente Francesco Petitti – siamo riusciti a mettere l’assassino di fronte a tutte le sue contraddizioni, fino a quando non è crollato. È stata un’indagine caratterizzata da una grande riservatezza e, soprattutto, dalla totale fiducia negli inquirenti riposta dalla famiglia della vittima. Un’affermazione come quella fatta dalla sorella della vittima, che ci ha detto di avere ‘piena fiducia in noi e nella legge italiana’, crediamo abbia un significato importante».

Complimenti L’assessore regionale con delega alle politiche per la sicurezza, Fabio Paparelli, ha espresso apprezzamento al questore di Terni, ai magistrati e al personale della polizia di Stato per l’operazione che ha portato a risolvere il caso.

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