di Re.Te.
Se la violenza non è mai giustificabile, quanto accaduto sabato pomeriggio al campo della San Giovanni Bosco desta ancora più rabbia. Perché il contesto è quello di una partita fra ragazzini, di neanche di dieci anni, che chiedono solo di giocare e divertirsi.
Valori sporcati Una rissa nata a bordo campo e consumata nel piazzale antistante la chiesa parrocchiale. Un luogo-simbolo, non solo perché si tratta di un centro di aggregazione fondato sull’impegno e sui valori più sani. Ma anche perché la San Giovanni Bosco è la società di Alessio Durazzi, il ragazzo che ha perso la vita, per un malore, durante un allenamento ed i cui genitori hanno dato vita ad una fondazione che ne porta il nome. Quanto è successo, insomma, appare soprattutto un oltraggio al suo ricordo.
La rissa Sono trascorsi pochissimi minuti dall’inizio della partita fra i ragazzi della San Giovanni Bosco e quelli della scuola calcio Grandoni. Anno 2004, sei contro sei, un campionato senza neanche la classifica. Solo per giocare, divertirsi e sognare con la palla fra i piedi. A un certo punto l’attenzione viene attirata da un parapiglia che scoppia a bordo campo. Inspiegabile agli occhi di molti. Prima le parole, grosse, poi le botte. Una rissa che arriva a coinvolgere – secondo alcuni testimoni – almeno cinque uomini, probabilmente genitori o parenti dei piccoli in campo. Spinte, urla, cazzotti. C’è chi racconta di un tizio che, uscito dal parapiglia, va verso la propria auto a prendere un cric.
I bambini Intanto i ragazzini in campo hanno smesso di giocare. Spaesati ma non così tanto da non capire cosa sta accadendo. Qualcuno scoppia anche a piangere. Vengono invitati a rientrare negli spogliatoi per evitare di assistere un minuto di più a quello scempio. E con la partita, finita, se ne va forse anche un pezzetto di quell’ingenua spensieratezza che li accompagna. «Ero al campo appena sopra quello degli incidenti – racconta Marcello Viali, direttore tecnico della San Giovanni Bosco – e quando ho notato il parapiglia, la prima cosa che ho pensato di fare è stata quella di togliere i ragazzi dal campo per tutelarli. Alleno da 36 anni e mai mi era mai capitato di assistere a qualcosa di simile, mosso da così tanta rabbia. E io ne ho viste parecchie».
Il dolore L’episodio ha toccato nell’orgoglio chi, come Marcello Viali e tutti i dirigenti e i tecnici della società, hanno a cuore il proprio ruolo di educatori. «Alla San Giovanni Bosco non si persegue il risultato ad ogni costo, non c’è selezione – racconta Viali – e i valori che condividiamo sono quelli dell’aggregazione, dello stare insieme. Ancora di più dopo la morte di Alessio. Molti di noi avrebbero voluto mollare dopo quel giorno terribile, ma è anche il suo ricordo a spingerci verso la realizzazione dei nostri obiettivi. Fra cui quello di intitolare alla sua memoria un nuovo campo in erba sintetica».
Chiarimenti Ora spetterà alla polizia, intervenuta con più pattuglie sul posto, fare luce sull’accaduto. Anche l’ambulanza è dovuta entrare in azione per prestare soccorso ai feriti, ennesimo segno di come sia stato superato abbondantemente il limite. «Credo sia doveroso chiarire tutto anche in un incontro con i genitori – afferma il direttore tecnico – prima di tutto primis per capire cosa è accaduto e ribadire, ancora una volta, quali sono i nostri valori di riferimento. I ragazzi e la loro crescita viene prima di qualsiasi cosa. L’episodio di sabato è onestamente intollerabile».
Il Coni Stefano Lupi, delegato per Terni del Coni, nella serata di domenica ha preso posizione sulla vicenda: «Al verificarsi di tali vergognosi episodi, la cui frequenza è molto più elevata di quanto si possa pensare, e non solo nel mondo del calcio, registriamo una sconfitta per tutti coloro che con passione e sentimento si impegnano nella promozione dello sport tra i giovani». Lo sport tutto, ed il calcio in particolare, dice Lupi, «necessitano di educatori e persone di buona volontà affinché non si smarrisca l’idea che anima il lavoro di tanti volontari: crescere in un ambiente sportivamente sano i nostri ragazzi. Conosco ed apprezzo l’impegno di tanti dirigenti e tecnici, che operano da anni per promuovere una sana idea di sport. I vizi e le esaltazioni del calcio professionistico condizionano purtroppo, in modo pesante la nostra società, tanto da creare dei mostri, che settimanalmente sfogano le loro frustrazioni su di un campo o competizione agonistica».
Educatori Stefano Lupi specifica: «Mi riferisco a genitori, ma anche a pseudo allenatori o dirigenti, che indegnamente si occupano di sport. Le persone serie debbono continuare a manifestare con il proprio impegno un modo diverso di interpretare il calcio, inteso come condivisione di valori, rispetto ed amicizia. La mia solidarietà e vicinanza alla asd S. Giovanni Bosco ed alla asd Grandoni, società serie con dei grandi ideali umani prima che sportivi. Ritirando le squadre hanno dimostrato sensibilità e correttezza. I figli si sono dimostrati molto più maturi dei genitori. Mi adopererò affinché coloro che si sono resi protagonisti di questo vergognoso episodio chiedano scusa pubblicamente alle due squadre, recuperando quel senso dell’onore, smarrito nella follia di un sabato. Il rispetto dei propri figli è un valore da recuperare e mantenere, così come l’esempio che ciascun genitore, tecnico o dirigente deve dare agli atleti».
I genitori La voce, al telefono, è di una donna. Chiaramente arrabbiata e che pretende sia resa nota la sua versione dei fatti: «A fare a botte, sabato, sono stati solo in due. Gli altri – due o tre persone – hanno solo cercato di mettere fine alla lite, mentre tutti gli altri stavano a guardare». E, quanto al cric: «Non è affatto vero che sia stato usato. Qualcuno è andato in auto, ma solo per prendere dei fazzoletti di carta». Certamente meno pericolosi. Le indagini della polizia chiariranno tutto.
