di C.F.
Svuotavano società di tutti gli asset ancora in grado di produrre economie e poi le portavano al fallimento, lasciando sul campo milioni e milioni di debiti, che le autorità hanno stimato in circa 50 milioni di euro, sia verso fornitori e dipendenti che naturalmente verso l’Erario. La Procura di Perugia ha chiesto e ottenuto otto misure cautelari nell’ambito di un’inchiesta in cui sono stati ipotizzati i reati di associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta, impiego di beni e denaro di provenienza illecita e omesso versamento dell’Iva. Il fascicolo è stato comunque trasferito alla Procura di Trento, territorio in cui è stata accertata la più datata delle bancherotte, ma è stato il gip di Perugia a emettere l’ordinanza a carico degli otto indagati.
Cinque arresti In particolare, due persone sono finite in carcere perché considerate al vertice del presunto gruppo criminale: si tratta di un consulente finanziario di origine calabrese ma da anni residente a Perugia e di un ex commercialista romano che viene chiamato “l’imperatore”, come emerge dalle intercettazioni telefoniche. Arresti domiciliari, invece, per altri tre indagati che operavano soprattutto su Roma e che avevano incarichi anche formali nelle società destinate al saccheggio e al dissesto. Infine, per gli altri tre coinvolti nell’inchiesta, considerati dei prestanome, è scattata una misura più lieve, ovvero l’obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria.
Bancherotte pilotate L’indagine è nata nel febbraio 2020 quando gli investigatori hanno iniziato a intercettare il consulente finanziario, scoprendo nel giro di poco le strette relazioni con “l’imperatore” e soprattutto il sistema criminale con cui venivano drenati e distratti gli attivi delle imprese prima di farle morire economicamente. Il meccanismo, secondo gli inquirenti, era quello delle bancarotte pilotate, che veniva avviato con l’acquisto sul mercato di società con sedi legali in Umbria, Toscana, Lazio, Puglia, Lombardia, Trentino Alto Adige e Campania, che erano attive in vari settori, dalla pubblicità all’assistenza agli anziani. In alcuni casi, emerge dalle indagini, gli imprenditori che vendevano non riuscivano a incassare neanche la somma pattuita per la cessione.
Svuotavano società Le aziende acquistate, comunque, venivano intestate a prestanome, dopodiché si procedeva al saccheggio, con gli asset ancora capaci di produrre economie che venivano trasferiti ad altre società, considerate dalla Procura di Perugia riconducibili alla presunta associazione per delinquere. Il metodo era quello della cessione del ramo di azienda, ma secondo gli investigatori le cifre che caratterizzavano queste operazione erano incongrue, ovvero troppo basse. Così facendo, gli indagati non solo avrebbero svuotato le aziende delle risorse che per legge possono essere aggredite per ripianare i debiti, ma avrebbero anche fatto sparire la documentazione contabile, “condannando” i creditori a non recuperare le somme. I ricavi generati dalle attività ancora redditizie distratte dalle società, tra cui rientrano commesse anche provenienti da soggetti pubblici, come l’Università La Sapienza di Roma, il Comune di Ravenna e la Provincia di Bolzano, venivano invece trasferiti in ancora altre società, sempre intestate a prestanome, per poi farli intascare agli indagati.
