Quantcast
sabato 13 agosto - Aggiornato alle 03:11

Stupri in carcere a Perugia, la donna: «Era un rapporto schiava-padrone»

Il tribunale penale di Perugia (Foto F. Troccoli)

di Francesca Marruco

Un rapporto «schiava-padrone». E’ quello di cui ha parlato nel corso dell’incidente probatorio contro l’ex vicecomandante del carcere Raffaele Argirò, indagato per violenza sessuale,  la vigilessa di Milano detenuta a Capanne tra dicembre 2006 e gennaio 2007. La donna, il due ottobre scorso,  ha raccontato al gip Luca Semeraro di aver avuto «una decina di rapporti sessuali nell’arco di un mese circa» con l’ispettore (ora in pensione): «palpeggiamenti», «rapporti completi non protetti», «richieste di mostrare le parti intime», «mani nelle mutandine». Incontri fugaci che «duravano due o tre minuti», «mi ha anche chiesto un rapporto orale. Era una cosa morbosa».

Le parole di Amanda  La vigilessa denuncia i fatti con anni di ritardo: «Nel 2011 erano usciti articoli su alcune rivelazioni fatte da Amanda Knox, la quale però non ha mai detto di aver avuto rapporti sessuali con lui. Così mi sono incavolata, ho pensato ‘Cavolo non è possibile, lo devo denunciare, adesso c’è un’altra persona che ha parlato…’ ». Il periodo di detenzione è stato difficile – stando sempre al suo racconto -: «Ero depressa, demoralizzata, pesavo 40 chili. Prendevo ansiolitici e piangevo in continuazione».

La difesa dell’ispettore. Guarda il video

Fare la brava  Argirò – è ancora l’accusa – si recava nel braccio femminile per andare a trovarla: «All’inizio parlavamo attraverso le sbarre, talvolta le poliziotte penitenziarie che avevano le chiavi si allontanavano per altri servizi o perché lui diceva di occuparsi delle altre detenute. Mi consigliava di ‘fare la brava, che si sarebbe risolto tutto come con un’altra detenuta carabiniere’. Voleva conoscere i dettagli del sesso praticato col mio compagno. Ero alla sua mercè».

I panni sporchi  Delle presunte molestie, il pm Massimo Casucci ha chiuso le indagini preludendo l’arrivo della richiesta di rinvio a giudizio, la donna ha spiegato di averne parlato alle sorelle, alla madre e ad un ex fidanzato vigile del fuoco. «Quando ero a Capanne non l’ho mai detto neppure alla suora, per imbarazzo. Ero in uno stato di privazione della libertà, in una struttura dove quello che, come succede tra di noi, quando usciamo in pattuglia, si dice: quello che succede in pattuglia, al di fuori della norma, resta dentro la pattuglia. Questa è una regola che abbiamo tutti quanti. Anche all’interno del Comando si dice sempre che i panni sporchi si lavano in famiglia. Quindi, con questa educazione, sicuramente non avrei mai pensato di denunciarlo. Ho pensato ‘mi posso o dare un reato in più e io devo continuare a stare là, e non avrei mai ottenuto gli arresti domiciliari’ ».

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.