Quantcast
martedì 24 maggio - Aggiornato alle 17:52

Shalabayeva, tutte le carte del «sequestro»

Pm Perugia: ‘Abusi diplomazia kazaka’. Il giudice: ‘Mi avrebbero schiacciato’. La scritta in russo sul verbale: ‘Non so cosa firmo’

di Enzo Beretta

E’ un documento di 17 pagine la richiesta di rinvio a giudizio per le 11 persone indagate dalla Procura di Perugia nell’ambito dell’inchiesta sul presunto rapimento di Alma Shalabayeva avvenuto a Roma nel maggio 2013. Formalmente mancano i nomi dell’ambasciatore kazako Andrian Yelemessov, del primo segretario e consigliere per gli affari politici Nurlan Khassen e dell’addetto agli affari consolari Yerzhan Yessirkepov ma solo perché la notifica dell’avviso di conclusione indagini segue le «vie diplomatiche». Vengono comunque accusati di sequestro di persona e ritenuti responsabili di aver «abusato dei rispettivi status diplomatici».

I nomi degli indagati Nell’atto compaiono i nomi del giudice di pace Stefania Lavore – l’indagine è stata trasferita in Umbria proprio in virtù del suo coinvolgimento -, del neo questore di Palermo Renato Cortese che all’epoca comandava la squadra mobile romana e dell’ex dirigente dell’ufficio immigrazione Maurizio Improta (attuale questore di Rimini). Gli altri indagati che dopo l’estate dovranno presentarsi davanti al giudice Carla Giangamboni sono Luca Armeni e Francesco Stampacchia (all’epoca alla Mobile capitolina, rispettivamente come dirigente della sezione criminalità organizzata e commissario capo), Vincenzo Tramma, Stefano Leoni e Laura Scipioni (assistenti dell’ufficio immigrazione).

Pm: fu Sequestro di persona Per tutti il reato contestato è quello di sequestro di persona in concorso «per aver privato della libertà personale Alma Shalabayeva e la bimba di sei anni», moglie e figlia di Ablyazov Mukhtar, «ricercato a fini estradizionali per il Kazakistan e dissidente del regime con status di rifugiato politico riconosciuto nel 2011 dal Regno Unito». Madre e figlia sono state imbarcate a Ciampino in direzione Astana sull’aereo Avcon Jet 73H «noleggiato dai funzionari kazaki» a nome dell’ambasciatore. Nonostante le resistenze della Shalabayeva che «in più occasioni» aveva richiesto asilo politico rappresentando lo status di rifugiato del marito – è scritto nelle carte – rappresentando il «pericolo per la propria incolumità in caso di rimpatrio forzato» Yessirkepov e Khassen le hanno imbarcate e accompagnate «contro la loro volontà». Nei documenti vengono indicati i «concreti rischi di subìre violazioni dei diritti umani, violazioni già subite in quel Paese da Ablyazov e da altri suoi connazionali oppositori del regime».

Il giudice: «Hanno pagato il mio silenzio» Nei 28 faldoni dell’inchiesta – coordinata dal procuratore capo Luigi De Ficchy insieme all’aggiunto Antonella Duchini e al sostituto Massimo Casucci – ci sono estratti di alcuni colloqui intercettati al giudice Lavore la quale«nella consapevolezza che la convalida del trattenimento costituisse un ‘passaggio essenziale della traduzione forzata‘» avrebbe commesso il reato di falso ideologico omettendo alcune dichiarazioni nel verbale. Tra le altre cose «non viene indicato che Alma Ayan era il nome di copertura usato dalla Shalabayeva per ragioni di sicurezza personale». «Mi avrebbero schiacciato, ho fatto pippa… non ho sputtanato nessuno… hanno pagato il mio silenzio… i panni sporchi si lavano in famiglia», sono le frasi trascritte dagli inquirenti. Secondo la Procura in questura «conoscevano le reali generalità della Shalabayeva» ma Improta ha «omesso di comunicarle al prefetto e al questore di Roma», i quali, «indotti in errore», hanno emesso il decreto di espulsione e l’ordine di trattenimento senza che ve ne fossero le condizioni. Infatti «la donna era madre di una minorenne, circostanza che non avrebbe consentito il trattenimento».

La scritta in russo sul verbale: «Non so cosa sto firmando» Falso – secondo l’accusa – è anche il verbale di perquisizione della villa di Casalpalocco: «Stampacchia ha diretto le operazioni ma ha omesso di indicare nell’atto i nomi dei singoli operanti rendendo estremamente difficoltosa, se non impossibile, la ricostruzione degli effettivi partecipanti presenti nella villa, circa 30, mentre il verbale reca soltanto poche sigle, circa 7, difficili da leggere e da identificare». Quando la polizia fa irruzione Ablyazov non è in casa: ci sono «cinque stranieri» e uno di questi annota in russo sul verbale di polizia: «Non so cosa sto firmando». Quando se ne sono accorti in questura – è spiegato nelle carte – è stato picchiato «con dei pugni alla schiena». Stampacchia, che a Casalpalocco lo aveva lievemente ferito «lanciandogli sul volto uno zaino con rotelle», è accusato anche di lesioni aggravate.

«For safety reasons» Altre presunte omissioni sarebbero state commesse dai vertici della squadra mobile che all’esito di una seconda perquisizione nell’abitazione di Casalpalocco non hanno comunicato ai colleghi dell’immigrazione il rinvenimento sul tavolo del salone del «passaporto kazako e del permesso di soggiorno lettone di Alma» insieme ad «alcune stampe di email del maggio 2013 tra due avvocati in cui era evidenziato che Alma Shalabayeva utilizzava il nome Alma Ayan per ragioni di sicurezza personale (‘for safety reasons‘) e che lei era moglie di un perseguitato dal regime dittatoriale kazako (‘the wife of a fugitive persecuted by the dictatorial regime of Kazakhstan‘)». Nella successiva nota alla Procura romana Improta «attesta falsamente che ‘la Shalabayeva è nella condizione di essere rimpatriata, insieme alla figlia minore affidata a persona nominata dal tribunale dei minori‘».

«Paura dell’ambasciata kazaka» Alma Shalabayeva – viene ricostruito – avrebbe avuto «paura dell’ambasciata kazaka» e «in caso di rimpatrio forzato correva gravi rischi per la sua incolumità» perciò «intendeva avvalersi degli strumenti di protezione internazionale e chiedere asilo politico». Aveva riferito alla polizia chi era suo marito, «il suo ruolo di oppositore, che il regime aveva ucciso i dissidenti» soffermandosi anche sulle «torture sofferte quando era stato arrestato». Durante il viaggio dal Cie all’aeroporto di Ciampino aveva ripetuto all’agente Scipioni che «il regime del presidente Nazarbayev voleva uccidere suo marito», chiedendo «ad alta voce l’asilo politico», ma «nel minibus» la poliziotta «le riferiva che era troppo tardi e tutto era già stato deciso». Risposta simile a quella ottenuta in aereo: «I documenti sono già stati firmati, tutto è stato già deciso ad alto livello».

Gli avvocati Gli indagati sono difesi dagli avvocati Lorenzo Contrada, Franco Coppi, Luigi Giuliano, Massimo Biffa, Loredana Vivolo, Cristiano Pazienti, Nicola Santoro, Gilberto Casella Pacca di Matrice e Ali Abukar Hayo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.