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martedì 24 maggio - Aggiornato alle 16:50

«Shalabayeva rapita», intrigo internazionale al vaglio del giudice di Perugia che prosciolse l’ex direttore del Sismi

A settembre Carla Giangamboni inizierà l’udienza preliminare: l’inchiesta ‘contro la polizia’ in 28 faldoni ma mancano i mandanti del presunto sequestro

Il giudice Carla Giangamboni

di Enzo Beretta

Sarà Carla Maria Giangamboni, il magistrato che ha prosciolto l’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari nella vicenda dell’archivio riservato in via Nazionale, il giudice che affronterà in udienza preliminare il fascicolo sul presunto rapimento di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov rimpatriata nel suo Paese nel 2013 su pressione del governo di Astana. La richiesta di rinvio a giudizio firmata dal procuratore Luigi De Ficchy, dall’aggiunto Antonella Duchini e dal pm Massimo Casucci è stata depositata nei giorni scorsi insieme a una valanga di carte, dichiarazioni, testimonianze, verbali, interrogatori, tabulati telefonici e intercettazioni.

IL SEQUESTRO ‘DECISO DALL’ALTO’ E LA CATTURA DI BERNARDO PROVENZANO

Un mare di carte Sono 28 i faldoni dell’inchiesta. Spetterà alla Giangamboni, 55 anni, maturità scientifica, 110 e lode in Giurisprudenza, magistrato in settima valutazione e attuale coordinatrice dell’ufficio gip/gup, entrare nel merito della vicenda e valutare se esistono i presupposti per processare l’ex capo della squadra mobile romana Renato Cortese (appena nominato questore di Palermo), l’allora dirigente dell’ufficio immigrazione Maurizio Improta (questore di Rimini), cinque agenti di polizia (tra cui Luca Armeni, ex vicecapo della Mobile di Roma e attuale dirigente del medesimo ufficio a Bologna), il giudice di pace che si occupò del caso e tre funzionari dell’ambasciata kazaka (due di loro godono dell’immunità diplomatica). Gli indagati sono accusati a vario titolo di sequestro di persona, falso ideologico e abuso d’ufficio, omissione di atti d’ufficio e hanno sempre rivendicato la correttezza del loro operato.

CHIUSA L’INCHIESTA SULL’ESPULSIONE

Asilo politico Eppure i magistrati della Procura di Perugia sono convinti che Alma Shalabayeva e la figlioletta di sei anni – imbarcate su un aereo e rispedite in Kazakistan dopo il vano tentativo di arrestare il marito latitante – siano state rapite nella villa di Casal Palocco a Roma nell’ambito di un’operazione poco trasparente di falsi abusi e omissioni inscenata da funzionari dello Stato e diplomatici kazaki. Il viaggio dall’aeroporto di Ciampino a bordo dell’aereo Avcon Jet 73H noleggiato dall’ambasciata kazaka – viene ricostruito nelle carte della Procura – è avvenuto «contro la loro volontà» nonostante la Shalabayeva avesse «richiesto asilo» rappresentando «lo status di rifugiato del marito» quindi il «pericolo per la propria incolumità in caso di rimpatrio forzato». Richiesta – secondo la versione di alcuni indagati – mai effettuata dalla Shalabayeva nei momenti che hanno preceduto il rimpatrio.

Il vaglio del giudice Un ruolo centrale – è l’accusa – lo avrebbe interpretato il giudice romano Stefania Lavore che ha convalidato il fermo della Shalabayeva nella «consapevolezza» che quel provvedimento costituisse un «passaggio essenziale nella traduzione forzata» in Kazakistan. Nei venti capi d’imputazione indicati nell’avviso di conclusione indagini c’è l’elenco delle presunte omissioni e degli ipotizzati falsi che avrebbero esposto la donna al «concreto rischio di subire violazioni dei diritti umani». Da questa catena di responsabilità tutta da verificare sono rimasti fuori i prefetti e la politica. Insomma, mancano i mandanti e il movente.

In aula dopo l’estate A settembre si aprirà l’udienza preliminare e spetterà al gup Giangamboni stabilire se Cortese, ex numero uno del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, uno dei più brillanti investigatori del nostro Paese – nel 2006 il poliziotto catturò a Corleone il superboss di Cosa nostra Bernardo Provenzano e ora darà la caccia a Mattia Messina Denaro – merita di finire sotto processo con accuse tanto gravi.

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