di Enzo Beretta
Aria pesante in piazza Matteotti.
Palazzo Capitano del Popolo. Mezza mattinata.
Ma davvero ha risposto così Micheli quando gli hanno chiesto l’ora, più o meno, della sentenza Shalabayeva? «Sì sì, l’ho sentito io, ha detto che è una domanda offensiva». «Aho, ammazza, nun se pò di’ niente. Annamosene, va’…».
Poliziotti con sguardi bassi, voci basse.
Una settimana lacerante e dolorosa sul piano umano, ancora inseguiti dall’accusa tremenda di aver rapito una donna rimpatriata in Kazakhstan. Queste ultime ore, drammatiche e decisive, sono cominciate con l’ultimo slalom di repliche, e proseguite con un frettoloso ingresso dei giudici in camera di consiglio.
Ore 10.30.
Il corridoio largo della Corte d’appello, il marmo alle pareti, i cronisti fanno gruppetto davanti ai finestroni spalancati.
Ha smesso di piovere. Scendiamo.
«Vabbè, noi andiamo a seguire il processo Palamara», anticipano le colleghe dell’Ansa e dell’AdnKronos.
Cortese e Improta. Uno di fronte all’altro. Qualcuno scatti una foto.
Come in tutte le coppie nate un po’ per caso sono venuti fuori i veri caratteri. Ecco che si avvicinano pure Armeni e Stampacchia. Hanno tutti poca voglia di parlare. Riapro la Moleskine, la pagina del 25 maggio è piena di appunti. Doveva essere quello il giorno della sentenza, Improta era verde dalla rabbia: «I procuratori generali stanno facendo una seconda requisitoria». C’è pure Roma-Feyenoord, ultimo atto della Conference League. Armeni si accende una Merit: «Dottò, so’ 31 anni che aspetto una finale europea. Con tanti giorni proprio oggi doveva capitare». La formazione la improvvisa Improta: «Tramma lo mettiamo in porta, Leoni e Armeni in difesa, io e Cortese a centrocampo, Stampacchia in attacco…». Renato Cortese sbuffa una nuvola dolciastra di sigaro toscano e inarca le sopracciglia: «Ma che davvero ci hanno contestato la perquisizione di notte? Fatemi capire: la prossima volta i latitanti dovremmo andare a cercarli a mezzogiorno?». Effettivamente, è un po’ come pretendere di insegnare a Totti come si tira un calcio di rigore.
Maurizio Improta – figlio di Umberto, storico capo dell’Ufficio politico della questura di Roma al quale solo un giovanissimo ‘Squalo’ Gianni De Gennaro avrebbe saputo dire di no, preferendogli la Mobile – è tagliente: «Per arrivare prima dei carabinieri mio padre coordinò l’operazione del generale americano Dozier all’ora di pranzo. E nessuno si è mai lamentato…».
Il pranzo fila via liscio davanti a un piatto di prosciutto tagliato a mano e una tagliatella ai funghi porcini.
Armeni proprio non ce la fa e l’argomento torna sempre lì: «Che poi, dottò, se avessimo trovato Ablyazov?». «Mi avresti portato pure la Shalabayeva e l’avremmo comunque espulsa. Aveva il passaporto falso».
Tra i due è Cortese quello saggio e misurato, una grandiosità innegabile. Il curriculum è tanta roba. Neppure agli osservatori più distratti sarà sfuggita l’enfasi della difesa nel rivendicare il suo ruolo di generale che ha guidato sul campo le migliori truppe dell’antimafia. Temuto e rispettato, gli è rimasto addosso quel pragmatismo calabrese. Parla poco, ha un rapporto indissolubile con Pignatone, è ammirato da tutti, anche dai carabinieri in servizio in Corte d’appello che scattano sull’attenti quando passa e gli stringono emozionati la mano. Invidiato, talvolta odiato, è un profondo conoscitore della giungla di rapporti nella Polizia e di quell’etica talvolta scivolosa. Alza lo sguardo verso l’alto, un ghigno vagamente ironico: «Preparano le forche. Per te, Maurizio, ci vorrebbe un palo un po’ più robusto…».
Primo pomeriggio.
Mulinelli di vento di tramontana.
Un altro sguardo all’orologio.
Balliamo nel buio.
C’è un cordoncino di poliziotti che provengono da varie questure d’Italia: Palermo, Catania e Reggio Calabria, oltre che da Roma, sono tornati per la seconda volta in 15 giorni.
Ci trasferiamo al tavolino di un bar al centro di piazza Matteotti e subito che spunta da dietro l’angolo un venditore ambulante di fiori.
Sotto la scorza di una cortesia dolciastra il napoletanissimo Improta è uno che ti fa il fiocco e non te ne accorgi. Passo felpato, la criniera bianca con i capelli ben pettinati sulle tempie, i Ray-Ban, l’abito blu perfetto con la riga ai pantaloni, le Tod’s ai piedi, appoggia la sigaretta elettronica e due cellulari sul tavolino e ordina un caffè con ghiaccio.
Tipo veloce, esuberante per natura, grande eloquio, sorriso efferato, quando si incazza però gli scappa la frizione. La narrazione on the road, francamente, è notevole.
Un sms sull’iPhone: è Lamberto Giannini, il capo della Polizia.
Improta resta immobile alcuni istanti, dissimula ogni emozione, sta per esplodere: «Sentite, conosco la sentenza di Narducci a memoria, le prime 32 pagine sembrano scritte a uso stampa, tutte quelle parole erano perfette per i titoli, le successive contengono il niente. Mettetevelo in testa, non c’è niente contro di noi! Borgioni ha cambiato versione tre volte. Se ci condannano pure oggi condannano ingiustamente per la seconda volta la Polizia di Stato».
La camicia slacciata, più nessuna voglia di rimanere calmino. Una brevissima pausa anticipa l’ultimo guizzo macabro: «Favori di che? A chi? Ai kazaki? Ma chi se l’incula i kazaki…».
Ha detto esattamente così.
Lo stile è ruvido, la provocazione più efficace ha appena travolto il politicamente corretto.
Altri dieci minuti di attesa.
Si sono fatte le 20.30. Quasi dieci ore.
Rimbombano, puntuali, i passi del funzionario della Corte d’appello. Un rosario di chiamate. È l’ora della sentenza.
