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mercoledì 8 dicembre - Aggiornato alle 15:03

Shalabayeva: il 17 gennaio processo d’appello a Perugia. La Polizia spera nell’assoluzione di Cortese e Improta

La Corte sarà presieduta da Paolo Micheli (un ex carabiniere)

Alma Shalabayeva

di Enzo Beretta 

Il processo d’appello sul rimpatrio di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov, e della loro figlia Alua, sei anni, che i giudici di primo grado del tribunale di Perugia non hanno esitato a definire un «sequestro di persona» di «eccezionale gravità», oltre che in maniera piuttosto scenografica un «rapimento di Stato», inizierà il 17 gennaio 2022. La Corte sarà presieduta dal giudice Paolo Micheli che verrà affiancato dai colleghi Maria Rita Belardi e Franco Venarucci. Alla data del 17, durante la quale è prevista la lettura in aula della relazione introduttiva e con ogni probabilità la requisitoria della Procura generale, ne seguiranno almeno altre tre: una bozza di calendario, da concordare, prevederebbe un paio di udienze entro la fine del mese e un’altra ancora i primi di febbraio. Non ci saranno applicazioni di magistrati dalla Procura della Repubblica, l’ufficio della Procura generale diretto da Sergio Sottani affronterà il processo in piena autonomia: in aula la pubblica accusa verrà rappresentata da Claudio Cicchella.

I fatti Per la vicenda Shalabayeva – i fatti sono accaduti nel maggio 2013 – sono stati condannati a cinque anni di reclusione Maurizio Improta, ex numero uno dell’ufficio immigrazione della questura di Roma, e Renato Cortese, all’epoca capo della squadra mobile romana, molto vicino a Pignatone, passato alla storia dell’antimafia per la cattura del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano ma anche per numerose altre indagini contro la criminalità organizzata, anche risalenti ai tempi in cui comandava lo Sco. Nella sentenza di primo grado, oltre 280 pagine di motivazioni scritte da Giuseppe Narducci, l’espulsione verso il Kazakhstan di Alma Shalabayeva e della piccola Alua viene descritta come un «crimine di lesa umanità realizzato mediante deportazione», oltre che «un caso eclatante» di «straordinario accanimento persecutorio» e «violazione dei diritti fondamentali della persona umana». Insieme a Improta e Cortese il tribunale ha inflitto cinque anni ai funzionari della mobile romana Luca Armeni e Francesco Stampacchia, quattro anni e tre anni e mezzo a quelli dell’Ufficio immigrazione Vincenzo Tramma e Stefano Leoni. In particolare a Cortese, Improta, Armeni, Stampacchia, Tramma, Leoni vengono ritenuti responsabili di sequestro di persona, accusa dalla quale è stata assolta il giudice di pace Stefania Lavore che si occupò del procedimento, condannata per falso a due anni e sei mesi.

Le sentenze inglesi che mancano nelle motivazioni Secondo il Tribunale di Perugia «gli imputati hanno perpetrato un crimine di eccezionale gravità, lesivo dei valori fondamentali che ispirano la Costituzione e lo stato di diritto», anche tenuto conto del fatto che «Alma Shalabayeva non poteva essere espulsa perché il marito aveva ottenuto nel 2011 lo status di rifugiato nel Regno Unito». Il terzo collegio precisa che «l’asilo politico» concesso a Londra ad Ablyazov andava esteso «conseguentemente alla moglie» anche in Italia. Il nome di Ablyazov, però, controverso «dissidente» in fuga dal Kazakhstan – dove è stato condannato con l’accusa di aver rubato fondi statali per circa sei miliardi di dollari – trova spazio in alcune sentenze inglesi riportate nei mesi scorsi dal settimanale «L’Espresso», sentenze che non vengono menzionate nelle motivazioni, a cominciare da quella dell’Alta Corte di Londra che fa riferimento proprio alla banca statale kazaka Bta che lo accusa di essersi appropriato di sei miliardi di dollari spariti nei paradisi fiscali. Ablyazov testimonia su se stesso negando qualsiasi illecito, il giudice lo accusa di aver mentito in udienza e lo condanna per «oltraggio alla corte» a 22 mesi di carcere. Con quel verdetto – attenzione – la sua patente di rifugiato del 2011 perderebbe efficacia. L’ex banchiere non andrebbe più accolto a Londra come rifugiato ma arrestato e, infatti, scappa alla vigilia della decisione. L’ordine d’arresto inglese, riconfermato nel 2019, è ancora valido. Il verdetto su Ablyazov fa scattare la revoca dello status di rifugiato, formalizzata nel 2014. Nel processo di primo grado che si è svolto a Perugia, iniziato nel 2018 e chiuso nel 2020, si parla, però, solo del permesso ottenuto nel 2011.

Le voci della Polizia Come conseguenza della sentenza di primo grado, nell’ottobre del 2020, l’allora capo della polizia Franco Gabrielli aveva attivato per i due brillanti investigatori Cortese e Improta, condannati alla pena e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la procedura dell’avvicendamento con destinazione ad altri incarichi: per l’ex questore di Palermo e per il capo della polizia ferroviaria il dipartimento di Pubblica sicurezza ha dato il via alla procedura amministrativa dell’istituto giuridico della disponibilità. «Pur ribadendo la profonda amarezza e il pieno convincimento dell’estraneità dei poliziotti ai fatti», ha detto Gabrielli, con la decisione presa si riafferma il principio che «la Polizia osserva e si attiene a quanto pronunciato dalle sentenze, quand’anche non definitive». Il 21 ottobre del 2020 Cortese è uscito dalla questura di Palermo con «il cuore spezzato» tra gli applausi dei suoi uomini. Risale a fine maggio l’audizione alla commissione Affari costituzionali della Camera dell’attuale capo della polizia, Lamberto Giannini, il quale ha spiegato di aver accolto la sentenza di condanna dei poliziotti «con grandissimo disappunto dovuto alla conoscenza e alla grandissima stima dei colleghi». Ha proseguito: «Sono certo che la loro posizione verrà al più presto chiarita, esistono vari gradi di giudizio e le persone sono innocenti fino alla condanna definitiva. Gli atti di sindacato ispettivo avviati condurranno ad una ricostruzione dei fatti. Come Gabrielli anche io esprimo grande dolore e rammarico per quello che è  successo, la sentenza è stata pronunciata nel nome del popolo italiano ma confido che ci saranno i termini e i tempi per chiarire circostanze di una situazione che sicuramente è stata complessa». Il momento è arrivato. Il caso Shalabayeva è un processo molto delicato per alcuni equilibri tra la magistratura, in special modo quella perugina, che ha indagato e trascinato il fascicolo in Umbria per il coinvolgimento di un giudice della Capitale, e la Polizia di Stato, che oltre a una questione di immagine è costretta a fare i conti privata di due dei suoi migliori uomini.

I giudici L’indagine, portata avanti ai tempi del procuratore Luigi De Ficchy (ora pensionato) dall’aggiunto Antonella Duchini (anche lei ormai pensionata e rinviata a giudizio a Firenze nell’ambito di un’inchiesta nella quale sono ipotizzati i reati di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio, abuso d’ufficio e peculato) aveva portato in aula il pubblico ministero Massimo Casucci: senza particolare enfasi, al termine della requisitoria, aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati, in particolare due anni e quattro mesi per Cortese e due anni, due mesi e 15 giorni per Improta. In pochi, più probabilmente nessuno, si aspettavano che il collegio sarebbe uscito dalla camera di consiglio con una decisione tanto sorprendente. Cinque anni di carcere. Più del doppio di quanto richiesto dalla Procura. Che, non necessariamente, potrebbe aver gradito fino in fondo.

Il processo d’appello Adesso la questione finisce sul tavolo del presidente Paolo Micheli. Cinquantasette anni, ternano, uomo equilibrato e di grande preparazione tecnica, ha vissuto una carriera verticale in magistratura. Sedici mesi nell’Arma dei carabinieri con il grado di sottotenente alla Scuola sottufficiali di Vicenza tra il luglio 1986 e l’ottobre 1987 hanno rappresentato la sua prima esperienza dopo gli studi in Legge, parentesi interrotta proprio per prepararsi al concorso in magistratura. Artista, appassionato di musica e di sonetti, grande tifoso della Ternana, di cui esibisce con un certo orgoglio la maglia nel proprio ufficio al secondo piano del Palazzaccio di piazza Matteotti, entra nel 1990 come sostituto a Orvieto, poi alla Procura di Arezzo e in quella di Perugia. Successivamente si trasferisce all’ufficio gip del capoluogo umbro dove negli anni a venire svolgerà anche le funzioni di giudice al dibattimento. Nel 2012 diventa consigliere di Cassazione – tra i più giovani d’Italia – in otto anni alla Quinta sezione si occupa di casi importanti come il crac dell’Alitalia, il processo all’ex patron della Lazio Sergio Cragnotti, sempre per reati fallimentari, tratta la delicata vicenda della morte di Giuseppe Uva, il complicato sequestro di Abu Omar e un altro caso, tecnicamente più semplice, che ha sempre riguardato la Polizia, ossia l’omicidio dell’ispettore Filippo Raciti ucciso dagli ultrà durante gli scontri al derby siciliano tra Catania e Palermo. Il caso Shalabayeva è senza dubbio il primo grande processo che il neopresidente della Sezione penale si ritrova ad affrontare da quando è rientrato in Umbria. I riflettori, il 17 gennaio, ma forse anche prima, tornano di nuovo ad accendersi su Perugia.

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