Quantcast
giovedì 27 gennaio - Aggiornato alle 03:14

Shalabayeva accusa: «La polizia sapeva». Improta: «Parlerò quando sarà il momento»

La moglie del dissidente kazako paragona il suo caso al sequestro di Abu Omar. Il ruolo dei diplomatici e le falle dell’inchiesta

Il questore Maurizio Improta

di Enzo Beretta

Aperta e rinviata al 24 novembre la prima udienza preliminare sul presunto rapimento di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov rimpatriata nel suo Paese nel 2013 – secondo la procura di Perugia – nell’ambito di un’operazione poco trasparente di falsi abusi e omissioni inscenata da funzionari dello Stato e diplomatici kazaki. Stretto in un elegante doppiopetto blu e cravatta regimental era presente stamani nel Palazzo di giustizia di via XIV Settembre l’attuale questore di Rimini, Maurizio Improta, all’epoca dirigente dell’ufficio immigrazione della questura di Roma. «Non ho nulla da dire – ha risposto ai giornalisti -. Parlerò quando sarà il momento». Tra gli imputati, accusati a vario titolo di sequestro di persona, falso e abuso d’ufficio, ci sono anche l’ex capo della squadra mobile romana Renato Cortese (attuale questore di Palermo), cinque agenti di polizia e il giudice di pace che si occupò del caso, i quali hanno rivendicato la correttezza del proprio operato.

Il ruolo dei diplomatici Per evitare processi paralleli il giudice Carla Giangamboni ha stabilito che in questo fascicolo confluiranno le posizioni dei tre diplomatici coinvolti nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Antonella Duchini e dal sostituto Massimo Casucci. Con ogni probabilità giocheranno il jolly dell’immunità.

PM PERUGIA: FALSI APPUNTI AL CAPO DELLA POLIZIA

«La polizia sapeva» Nei 28 faldoni contenenti gli atti d’indagine c’è la denuncia di Alma Shalabayeva dove è spiegato: «Sono stata vittima, insieme a mia figlia, di un vero e proprio sequestro di persona, senza rispetto delle regole in un paese civile e democratico come l’Italia». Nella relazione che l’ex capo della polizia, Pansa, ha inoltrato al ministro Angelino Alfano ci sono «contraddizioni»: «Ho sottolineato agli agenti la condizione di dissidente di mio marito, ho supplicato i funzionari di non essere deportata».

SHALABAYEVA: LE CARTE DEL ‘SEQUESTRO’

«L’imbarazzo dell’Italia» Secondo Shalabayeva «l’Italia ha imbarazzo ad ammettere la grave illiceità delle condotte tenute ma Pansa ha parlato di ‘atmosfera di ordinarietà burocratica‘. E’ possibile – si chiede – che una polizia preparata come quella italiana abbia eseguito una consegna con spirito di ottusa ordinarietà burocratica?». All’operazione «hanno partecipato 50 poliziotti, sarebbe bastato scrivere su internet il nome di mio marito per capire chi fosse. In più hanno ritrovato alcune mail tra avvocati in cui è scritto ‘the wife of a fugitive persecuted by the dictatorial regime of Kazakhstan‘. La polizia sapeva».

L’aereo privato e la firma di Pignatone «Per la mia consegna il governo kazako ha noleggiato un aereo privato di una compagnia austriaca – prosegue la denuncia -. Neppure di questo si sono accorti? Se consideriamo la normale routinarietà che caratterizza le espulsioni è incomprensibile che l’autorizzazione sia stata firmata addirittura dal procuratore di Roma Pignatone». La persona offesa è convinta del fatto che la polizia abbia «accettato l’invasivo intervento» dei diplomatici kazaki perché «il ministero degli Esteri non si sarebbe prestato ad agevolare l’illegittima deportazione voluta da un altro Stato». Insomma, i diplomatici stranieri sarebbero «gli ispiratori del sequestro di persona»: «Sotto le mentite spoglie dell’espulsione c’era una deliberata consegna al regime della moglie e della figlia di un oppositore politico».

GLI INQUIRENTI: DIRITTI UMANI A RISCHIO

«Io, un ‘trofeo’ come Abu Omar» «Come nel caso di Abu Omar anche noi – si legge nelle carte – in spregio ai diritti fondamentali siamo state sequestrate e riportate in un regime noto per l’uso della tortura e per la negazione dei diritti umani». Un «vile sequestro camuffato da espulsione» in cui io e mia figlia eravamo i «trofei» da consegnare. «La mia deportazione è durata 67 ore mentre secondo le prassi della Repubblica italiana richiede normalmente settimane se non mesi». Conclude: «Una poliziotta mi ha detto: ‘Everything is already decided‘, ho detto ‘voglio l’asilo politico‘ e mi hanno risposto ‘è troppo tardi‘». Tormento di un’indagine senza mandanti e senza movente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.