Un fucile (Jp Valery - Unsplash)

di M.R.

Pur lontano dalla buona condotta e dall’affidabilità, imprescindibili per ottenere il porto d’armi, anche ad uso venatorio, come in questo caso, un cacciatore si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale per opporsi al diniego della licenza notificato dalla questura di Terni. Il Tar, dando ragione alle autorità competenti, lo ha condannato al pagamento delle spese di lite per 2 mila euro.

No al porto d’armi Il diniego del rinnovo del porto di fucile per uso venatorio è stato disposto sulla base dell’accertamento, a carico del richiedente, di due condanne, per il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali continuato, di una imputazione per il reato di minaccia, sfociata in una sentenza di non luogo a procedere per remissione di querela, e di una seconda imputazione per i reati di danneggiamento e di minaccia, anch’essa sfociata in sentenza di non luogo a procedere per remissione di querela. Nel provvedimento si rileva in particolare che l’uomo, come accertato dalle forze dell’ordine nell’immediatezza dei fatti, ha deteriorato, colpendola con una mazza sul cofano, sul vetro anteriore dello sportello lato guida e sul parabrezza, nonché sullo specchietto lato guida, l’autovettura della cognata, parcheggiata sulla pubblica via e l’anta del portone di casa della stessa, minacciando di morte l’intera famiglia, alla presenza dei figli minori. «I due procedimenti penali – rileva la Prima sezione del Tar dell’Umbria – sono indicativi della capacità del ricorrente di perdere il controllo delle proprie azioni, per di più per futili motivi».

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