di Fabio Toni
«Quando siamo tornati a casa dopo l’udienza davanti al tribunale dei minori, abbiamo iniziato a discutere. A un certo punto mi ha dato una spinta e sono caduto sul tavolo. Ricordo solo il dolore, poi non ci ho visto più e ho fatto quello che ho fatto». È questo l’unico passaggio che fa scendere qualche lacrima sul viso di Pietro Cesarini. Il processo che lo vede imputato per l’omicidio volontario del figliastro 17enne Ovidio Stamulis, avvenuto a Pietrafitta il 5 ottobre di un anno fa, è in corso a Terni davanti al gup Pierluigi Panariello. «Mi dispiace»: il suo pentimento non va oltre queste due parole, limitato come la ricostruzione di quel tragico 5 ottobre 2012. Un racconto in cui abbondano i «non so» e i «non ricordo».
Raptus È il pm Francesco Novarese – che contesta anche l’aggravante dei motivi futili e abietti – a incalzare il 60enne originario di Monterotondo: «Lei non ricorda di aver preso un mattarello, di aver inseguito Ovidio in quattro stanze e di averlo ucciso barbaramente, ma si ricorda di aver ricevuto una spinta?». L’imputato risponde annuendo. Sono le domande dei legali di parte civile a far emergere qualche altro dettaglio: «Quando sono arrivati i carabinieri – ha raccontato Cesarini – gli ho detto ‘aiutatemi’. Poi mi sono cambiato la maglia e mi hanno portato via in manette». Di tutto quello che c’era stato prima, l’omicida dice di non ricordare nulla. Buio pesto. Come colto da un raptus improvviso, concetto che non si discosta molto dalla strategia difensiva destinata ad emergere nell’ultima udienza del prossimo 28 gennaio, quella della sentenza.
Tensione Il rapporto fra Pietro Cesarini e Ovidio era pessimo. Lo affermano le carte e i testimoni. L’omicida, però, dice di aver «fatto il possibile per costruire qualcosa». Come? «Provando a parlarci, cercando di farlo stare tranquillo. Ma non ci sono mai riuscito. Anche col fratellino (figlio di Pietro Cesarini, ndR) non si prendeva e da parte di Ovidio c’erano solo provocazioni e minacce. Screzi sì ne abbiamo avuti, anche con insulti, ma non sono mai stato un violento. Ovidio invece era spesso aggressivo con la madre, tanto da costringermi a intervenire in diverse occasioni».
«Basta» Parole terribili per una donna già provata come la madre di Ovidio, Florentina Stamulis. È a questo punto che i suoi legali, gli avvocati Donatella Donati e Luca Maori, sbottano: «Sembra quasi che l’imputato sia Ovidio e non colui che lo ha massacrato». E chiedono a Pietro Cesarini «se ricorda quando la moglie, incinta, finì in ospedale cadendo dal balcone di casa», oppure di «quando perse il posto dopo aver picchiato il datore di lavoro» e infine «di quando cercò di contattare la figlia dal carcere, chiedendole di nascondere quei due coltelli che teneva ancora in casa. Un episodio mai chiarito». Dall’imputato arrivano altri «non so, non ricordo» e l’udienza in pratica si chiude qui.
Testimoni Prima di Pietro Cesarini hanno parlato la psicologa Rossella Cecati – citata dalla difesa – e l’assistente sociale Sara D’Isanto. Entrambe hanno ripercorso l’iter attivato per portare Ovidio e il fratello in una struttura protetta, lontani da quel nucleo familiare dove sembravano esistere solo problemi. Un percorso che avrebbe forse rappresentato una nuova vita per i due giovani. Un progetto stroncato a colpi di mattarello poche ore prima che potesse compiersi. La psicologa ha ricordato come «il trasferimento, previsto per il 3 ottobre, era stato poi spostato al 5 (giorno della tragedia, ndR)». Viene da chiedersi come sarebbero potute finire le cose senza quello slittamento di due giorni. «L’obiettivo era di far andare i due ragazzi in una struttura, per poi ravvicinarli gradualmente alla famiglia – ha spiegato l’assistente sociale -. La soluzione era condivisa da tutti. Il rapporto fra Ovidio e il patrigno era molto conflittuale, ma anche con la madre non è che le cose andassero benissimo».
