di Enzo Beretta

L’assoluzione da un «processo che ha generato un cortocircuito politico e mediatico» è stata richiesta questa mattina in Aula Goretti dall’avvocato Nicola Pepe, difensore dell’ex presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, imputata eccellente di Concorsopoli. Nel processo d’appello sulle presunte irregolarità nei concorsi banditi dall’Azienda ospedaliera di Perugia e dall’Usl 1 la difesa si associa, ovviamente, alla richiesta del sostituto procuratore generale Luca Semeraro che il 14 gennaio aveva chiesto di assolvere la Marini da tutti i reati contestati (falso e rivelazione di segreto d’ufficio, l’abuso d’ufficio è stato abrogato). In primo grado la Marini era stata condannata a due anni. «È stato un processo lungo e peculiare per la durata e per l’impatto istituzionale che ha avuto – ha esordito Pepe -. Sono passati otto anni dai fatti e si sono svolte 98 udienze davanti al tribunale». Il legale ha ricordato i momenti caldi dell’inchiesta che «ha segnato la fine dell’esperienza politica della Marini, eletta dai cittadini»: «Eravamo asserragliati, era fortissimo l’interesse dei giornali e delle testate nazionali». Pepe, che ha sottolineato la priorità dell’«interesse pubblico» per la Marini, ha spiegato che la sua cliente «ha sempre cercato di assicurare livelli massimi per la sanità umbra», «senza commettere condotte penali o contabili rilevanti». «La Procura Generale ha chiesto l’assoluzione per Catiuscia Marini con formula piena – ha dichiarato Pepe ai giornalisti fuori dall’aula -. Noi ovviamente non possiamo che condividere questa scelta. Abbiamo ripercorso il processo, evidenziando il buon operato e la correttezza della sua gestione, sempre nell’interesse pubblico e al di sopra di ogni tipo di interesse privato».

La difesa Barberini Prima di Pepe è intervenuto in un’arringa durata circa tre ore l’avvocato David Brunelli, difensore dell’ex assessore regionale alla sanità Luca Barberini, al termine della quale è stata chiesta l’assoluzione. Per Barberini, che era stato condannato dal tribunale a 3 anni, la Procura generale ha sollecitato una pena di un anno, 9 mesi e 10 giorni soltanto per i reati di falso e rivelazione di segreto d’ufficio. «Anche grazie all’operazione di pulizia concettuale proposta dal Procuratore generale – ha dichiarato Brunelli – emerge con più evidenza che Barberini non ha mai chiesto, né direttamente né indirettamente, le tracce delle prove concorsuali, né ha impartito alcuna direttiva in tal senso». Durante il suo intervento, Brunelli, ha spiegato «come la sentenza di condanna di primo grado appaia costruita su un impianto argomentativo viziato da suggestione, enfasi e travisamento del materiale probatorio». «C’è stata una richiesta da parte di Barberini di avere per i suoi candidati le tracce di due concorsi? La risposta è no – ha detto Brunelli – non c’è stata nessuna richiesta in tal senso, nessuna prova di questo e di tutte le altre cose di cui ha parlato la sentenza». «Le pagine dedicate al presunto reato associativo (per il quale il pg ha chiesto l’assoluzione, ndr) sono emblematiche di un approccio censurabile, più narrativo che giuridico – ha proseguito il legale -. Le cose che avvenivano in ospedale non sono edificanti, non ho tratto una positiva impressione di come venivano gestiti i concorsi ma questo è un discorso che riguarda la società e il giudizio morale, cose che non hanno rilevanza nel processo penale dove ci interessano le questioni strettamente giuridiche». Per concludere, quindi: «Sono convinto che la Corte adotterà un criterio di valutazione più meditato e tecnicamente rigoroso, senza subire i condizionamenti derivanti dai risvolti di moralità pubblica che la vicenda ha inevitabilmente prodotto». In avvio di arringa aveva parlato di un «gigantismo processuale sproporzionato in sentenza rispetto ai fatti».


Verso la sentenza All’udienza di oggi hanno preso la parola, chiedendo l’assoluzione per i loro assistiti, anche i difensori di Antonio Tullio e Potito D’Errico, gli avvocati Giuseppe Valentino ed Edoardo Maglio. Si torna in aula l’11 marzo con l’arringa della difesa di Gianpiero Bocci, l’ex segretario regionale del Pd ed ex sottosegretario agli interni condannato a due anni e sette mesi in primo grado, per il quale in appello sono stati chiesti due anni, quattro mesi e 20 giorni di reclusione.  Sentenza ad aprile.

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