di Francesca Marruco
Rinviati a giudizio per la seconda volta per gli stessi reati. Sono accusati di omicidio colposo in relazione alla morte di un 46enne marscianese che lavorava come addetto alla manutenzione delle cabine di verniciatura e al tetto in eternit per una ditta di Marsciano. Si tratta di quattro persone: l’amministratore delegato della ditta Shandrani ( gruppo Aprilia) in cui l’uomo deceduto svolgeva le sue mansioni, l’amministratore della Cogeva ( il datore di lavoro), e i due addetti alla sicurezza all’interno della Shandrani.
La malattia e la morte Nell’ottobre del 2003 venne colpito da mesotelioma pleurico, un anno dopo morì. Il tipo di cancro che colpì Farnesi, è, nella quasi totalità dei casi, dovuto all’esposizione all’ amianto. Quando si ammalò, dato il lavoro che faceva – addetto alla manutenzione delle cabine di verniciatura, alla pulizia del tetto in eternit e ai filtri dei camini di aspirazione – venne avvertita d’ufficio la Asl competente per svolgere i controlli del caso.
Quattro anni a contatto con l’amianto Venne inoltre accertato che l’uomo subì un’esposizione prolungata all’amianto nei quattro anni ( 1996 – 2001) in cui lavorò lì: fu costantemente a contatto con la sostanza quando svolgeva due particolari operazioni, quando cioè, per rimuovere le incrostazioni di vernici che si accumulavano sul tetto, usava una spatola che creava una nuvola d’amianto, e quando puliva i filtri di aspirazione che bloccavano proprio quella nuvola di polvere nociva.
L’incidente probatorio Nel 2008 era anche stato fatto un incidente probatorio davanti al gip Claudia Matteini e al pm titolare delle indagini, Sergio Sottani, per verificare un eventuale collegamento tra il lavoro del Farnesi e la sua malattia. Ebbene, secondo il perito Roberto Calisti della Asl di Ancona, non ci sarebbe alcun legame tra l’esposizione dell’uomo all’amianto avvenuta alla Shandrani e il cancro che lo ha colpito: nella sua perizia aveva sostenuto infatti che il periodo di latenza – 7 anni tra le prime esposizioni del 1996 e il manifestarsi della malattia nel 2003 – sarebbe troppo breve. Di norma, diceva il perito, passano almeno 10 prima di avere qualsiasi avvisaglia. La malattia, sempre secondo l’esperto, si dovrebbe invece collegare ad un precedente impiego di Farnesi alla Emu: dal 1976 al 1980 era addetto alla verniciatura e in quei forni poteva esserci amianto. Impossibile verificare ora, la ditta venne smantellata. I legali rappresentanti della famiglia Farnesi, gli avvocati Marco Spoleti e Mario Cardinalini, avevano sostenuto però, dati, perizie, e testimonianze alla mano, che alla Emu non c’era traccia di amianto.
La difesa Le difese , avvocati Francesco Falcinelli, Luciano Ghirga, Valeriano Tascini e Nerio Zuccaccia, e hanno sostenuto l’estraneità dei fatti dei loro assistiti, richiamando le conclusioni dei periti che avevano escluso un collegamento tra la malattia dell’uomo e l’esposizione all’amianto nella sede della Shandrani.
La lunga storia processuale Nel 2008 il gup Claudia Matteini il aveva già rinviati a giudizio dichiarando la sopravvenuta prescrizione relativamente ai reati connessi alla violazione della normativa antinfortunistica. Il processo era iniziato l’8 luglio prossimo presso il tribunale di Todi, ma il giudice Verola aveva dichiarato nullo in decreto di rinvio a giudizio per l’omicidio colposo perché richiamava altri capi d’imputazione per cui invece era stata dichiarata la prescrizione. Il processo è dunque ripartito dal via dall’udienza preliminare e giovedì il gup Avenoso ha nuovamente rinviato a giudizio tutti e quattro gli imputati.

