Il pubblico ministero Manuela Comodi (foto F. Troccoli)

di Francesca Marruco

Migliaia di conversazioni telefoniche. Ore e ore di colloqui tra chi poi è finito nel registro degli indagati dell’inchiesta appaltopoli, su un presunto giro di gare truccate dalla Provincia di Perugia, che ora non potranno essere utilizzate. Il tribunale di Perugia in composizione collegiale, presidente Cenci, a latere Paina e Volpe, dopo quasi tre ore di camera di consiglio le ha infatti dichiarate inammissibili.
Sette pagine di provvedimento Nelle sette pagine di provvedimento dei giudici, gli stessi spiegano che le prime intercettazioni, che vennero fatte in seguito ad un esposto anonimo preso in carico dal pubblico ministero Manuela Comodi,  sono inutilizzabili proprio perché l’esposto anonimo di per sé non può costituire un grave indizio. Anche le successive, da gennaio a giugno 2007,  secondo i giudici sono inutilizzabili perché il gip che diede la proroga per intercettare,  lo fece secondo i giudici con «motivazioni carenti», rimandando alla richiesta del pubblico ministero senza motivare personalmente,  visto poi che il quadro indiziario era cambiato ed era stato costituito un fascicolo autonomo con l’ipotesi di reato di turbativa d’asta.
Gli imputati E così, dopo un primo gol a favore dell’accusa con il rigetto da parte dei giudici dell’eccezione sulla nullità del capo d’imputazione, la rete questa volta è andata alla schiera di avvocati, primo fra tutti Nicola Di Mario che chiedeva di escluderle già dall’udienza preliminare.  A lui poi si erano uniti molti altri avvocati che difendono i 43 imputati tra imprenditori, dipendenti della Provincia di Perugia e cinque società specializzate in manutenzione stradale. Agli imputati, a vario titolo  venivano contestati i reati di associazione per delinquere, turbativa d’asta, corruzione, abuso d’ufficio e truffa.  Tutti si sono sempre dichiarati innocenti.
Ammesso l’interrogatorio di Mariotti Certo in  quelle migliaia di conversazioni intercettate c’erano precisi riferimenti. Chiamate prima e dopo una gara d’appalto. Indicazioni prima e appuntamenti dopo. Che non entreranno più nel processo e richiano di far scricchiolare l’impianto accusatorio. Contro gli imputati restano comunque le altre fonti di prova ammesse dai giudici. Prima fra tutte l’interrogatorio che Gino Mariotti, l’imprenditore poi deceduto, aveva reso durante le indagini che le difese volevano venisse escluso. In quelle dichiarazioni Mariotti confessava di aver dato 10 mila euro a Maraziti per un appalto della Provincia di Perugia.
Il comitato d’affari Per l’accusa e per il gup che li rinviò a giudizio che le intercettazioni le aveva ammesse, esisteva un «comitato d’affari» composto da imprenditori umbri e dirigenti della Provincia: Lupini Massimo, Carini Carlo, Mariotti Gino, Piselli Paolo, Bico Dino, Maraziti Adriano, Patumi Fabio e Maria Antonietta Barbieri che pilotava e decideva chi doveva aggiudicarsi gli appalti e chi invece no.  «Il Lupini  – scriveva il pubblico ministero Manuela Comodi – gestiva con la Barbieri e i suoi superiori Maraziti e Patumi, l’assegnazione dei lavori pubblici gestiti dalla Provincia, indicando di volta in volta le imprese da invitare alla gara(…) che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso, e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte. Per poi raccogliere presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti».
La prossima udienza i primi testimoni Così, dopo tante udienze usate per stralciare la posizione dell’imprenditore malato Gino Mariotti che poi è deceduto, il processo al presunto giro di appalti pilotati della Provincia di Perugia entra nel vivo. Nella prossima udienza, fissata per il 14 marzo, verranno ascoltati i primi testimoni dell’accusa tra cui il dirigente della squadra mobile della questura di Perugia Marco Chiacchiera che all’epoca fece le indagini come capo dello Sco.

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