di Francesca Marruco
Nessun omicidio. Nessun doppio cadavere. «Francesco Narducci si suicidò e non c’è mai stato un doppio cadavere». Lo sostiene il gup Paolo Micheli nelle motivazioni con cui ha prosciolto una ventina di persone tra cui alcuni familiari del medico perugino dall’accusa di associazione a delinquere. La sentenza di non luogo a procedere risale al 20 aprile 2010, lunedì sono state depositate le motivazioni.
Non era possibile dirlo allora Il giudice nelle 934 pagine scrive che« l’ipotesi (del suicidio, ndr ) che si può formulare adesso, dopo consulenze, riesumazioni e migliaia di pagine di atti istruttori, certamente non era possibile esprimere con certezza all’atto del rinvenimento del cadavere, e che non avrebbe potuto essere liquidata come mera evenienza, al pari della tragica – e comunque non chiarita nella dinamica – fatalità». Le indagini coordinate da Giuliano Mignini, avevano motivo d’essere.
La genesi L’8 ottobre 1985, poche settimane dopo l’ultimo delitto del mostro di Firenze, Francesco Narducci viene visto per l’ultima volta a bordo della sua barca sul lago Trasimeno. Sarà ritrovato cadavere quattro giorni dopo. La famiglia, da subito parla di una tragica disgrazia. Non viene effettuata nessuna autopsia. Nel 2001 la Procura di Perugia apre un’inchiesta sulla morte del medico 36enne, dopo che in un’indagine antiusura viene intercettata una telefonata in cui ad una donna viene detto «ti faremo fare la fine del medico del lago». Nel 2002 viene riesumata la salma del medico e la perizia dell’accusa parla di «morte compatibile con soffocamento o strangolamento». Per gli inquirenti esistono collegamenti con ambienti fiorentini vicini agli omicidi seriali del mostro.
Non fare l’autopsia fu un errore «Non fare un’autopsia- scrive il gup oggi – fu un errore: un errore che commise chi avvertì il magistrato di turno sostenendo che se ne poteva prescindere, ovvero non evidenziando che sarebbe stato doveroso darvi corso, a dispetto di chi insisteva per sbrigarsi». Scrive ancora il giudice che le indagini fatte, «era doveroso farle, pur non essendo condivisibili le conseguenze che oggi il Pubblico Ministero sostiene sia necessario ricavarne».
La maggioranza dei reati non sussistono «Questo giudice – scrive ancora il gup Micheli- , ritiene che la gran parte dei reati ipotizzati dal pm a carico dei familiari del Narducci non abbiano mai avuto effettiva sussistenza, e che quanto ai residui addebiti si imponga il proscioglimento degli imputati per difetto di dolo: è facile allora immaginare che oggi, al momento del redde rationem, i primi a doversi dolere delle carenze istruttorie dell’epoca siano proprio coloro che nel 1985 verosimilmente si attivarono – pur senza commettere reati – per far sì che ad un’autopsia non si desse corso».
La vita dell’inchiesta Nel 2002 l’inchiesta sul caso Narducci venne unificata con quella dei delitti sul mostro di Firenze, per cui da tempo si ipotizzava l’esistenza di alcuni mandanti. Il processo ai mandanti si chiude nel maggio del 2008 con l’assoluzione dell’ex farmacista di San Casciano Francesco Calamandrei. Alcuni testimoni parlarono di rapporti e complicità tra Calamandrei e Narducci. Nel giugno del 2005 il gup Marina De Robertis, su richiesta del pm Giuliano Mignini, archivia per insufficienza di prove il procedimento contro Calamandrei, Spezi e due pregiudicati per l’omicidio di Francesco Narducci.
L’epilogo? Per il pubblico ministero Giuliano Mignini i familiari del medico e alcuni pubblici ufficiali erano stati promotori di un colossale depistaggio: avrebbero nascosto l’omicidio di Francesco Narducci per non far venire a galla la sua implicazione con Firenze, per questo voleva che venissero processati. Ma il gup Paolo Micheli li ha prosciolti tutto il 20 aprile del 2010 e oggi spiega perché.Questo metterà la parola fine? Forse. Il pm Giuliano Mignini sembra infatti intenzionato a ricorrere in Cassazione.

