di Chiara Fabrizi ed Elle Biscarini

Ci sono anche quattro imprenditori umbri (non solo due come scritto in precedenza, ndr) tra i clienti della presunta associazione per delinquere con base a Reggio Emilia e autrice, secondo gli inquirenti, di una maxi frode fiscale da quasi 104 milioni di euro. Nel registro degli indagati per l’ipotesi di compensazione indebita e dichiarazione fraudolenta sono stati iscritti un’imprenditrice ternana di 54 anni, che avrebbe acquistato crediti d’imposta inesistenti dal gruppo reggiano per abbattere 2,4 milioni di euro di debito reale contratto col Fisco, un piccolo imprenditore di Amelia di 55 anni, con un debito reale di 280 mila euro, un imprenditore perugino di 65 anni, che però si sarebbe limitato a servirsi dei crediti d’imposta fasulli per 260 mila euro, e un altro 60enne, originario della Toscana, ma che opera nel perugino, che avrebbe acquistato crediti falsi per 179 mila euro. A carico di tutti sono scattate le perquisizioni e sequestri preventivi che si ambisce a eseguire per valore equivalente anche se nel caso della ternana appare improbabile. Indagato anche un imprenditore romano che al tempo dell’indagine risiedeva a Terni, che avrebbe compensato debiti reali per soli 10 mila euro.

L’inchiesta coinvolge complessivamente 179 indagati e ha portato all’alba di giovedì a una marea di perquisizioni in 28 province italiane, comprese le città di Perugia e Terni. Il meccanismo scoperto dalla Guardia di finanza era incardinato su 40 società fantasma, che emettevano fatture false e generavano crediti d’imposta inesistenti al fine di realizzare la rilevante frode fiscale per la quale viene anche contestato, ad alcuni degli indagati, tutti residente in Emilia Romagna, il reato di associazione per delinquere.

Il gruppo dei principali indagati, sfruttando le società cartiera, avrebbe creato ad hoc crediti d’imposta con cui gli indagati poi abbattevano debiti reali col Fisco. In questo quadro, veniva quindi versata una percentuale alla presunta associazione per delinquere. I crediti venivano quindi in parte compensati attraverso l’istituto dell’accollo e in parte ceduti attraverso la simulazione della cessione di un ramo d’azienda. Gli introiti, stimati in circa 70 milioni di euro, sarebbero stati prelevati in contanti oppure bonificati su conti di società estere. Alle 40 società cartiere si sommano le 369 imprese che si sono avvalse delle compensazioni fiscali indebite.

Le indagini hanno permesso di ricostruire una fitta rete di rapporti tra gli indagati, che includevano professionisti appartenenti a diversi ordini, tra cui commercialisti e notai, i quali avrebbero avuto un ruolo chiave nella costruzione dell’impianto fraudolento. Nessuno di loro risulta raggiunto da misure cautelari, ma le indagini a loro carico stanno andando avanti. Uno degli indagati è già stato sottoposto a misure cautelari eseguite lo scorso 14 gennaio nell’ambito di un’indagine internazionale sul narcotraffico. Secondo gli investigatori, questa frode fiscale è una delle più strutturate e imponenti mai smantellate negli ultimi anni in Italia.

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