I loro avvocati hanno chiesto la revisione del processo(Foto archivio Troccoli)

Vivono in Umbria i tre uomini che hanno scontato 27 anni di carcere per il massacro di Ponticelli, in cui due bambine vennero accoltellate e seviziate. Adesso i loro avvocati chiedono che il processo sia rifatto da capo. Per questo, hanno presentato alla Corte d’Appello di Roma la richiesta di revisione del processo per i tre condannati all’ergastolo in seguito dell’uccisione di Barbara Sellini, 7 anni e Nunzia Munisi, 10 anni, le due bambine ammazzate barbaramente il 3 luglio 1983 a Ponticelli, un quartiere-dormitorio alla periferia di Napoli.

Nuovo processo? I difensori dei tre condannati Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo, che hanno scontato la loro pena nel carcere di Spoleto e ora hanno una vita in Umbria,  hanno raccolto nuove prove, che avrebbero permesso di rivalutare le vecchie prove utilizzate nel processo di allora. Le due bambine vennero uccise a coltellate, seviziate e poi i loro cadaveri vennero dati alle fiamme. Un delitto atroce, per il quale i tre condannati hanno sempre professato la loro innocenza.

Le indagini difensive «Il percorso investigativo e probatorio che ha portato alla condanna all’ergastolo di Giuseppe La Rocca, Ciro Imperante e Luigi Schiavo, e l’attuale percorso che ha portato alle nuove prove, testimoniali e scientifiche, che demoliscono le vecchie e con cui chiediamo la revisione del processo, permettono di dare nell’insieme una rilettura alla vicenda e di esprimere la seguente valutazione: a seviziare, uccidere e bruciare le due bambine fu una sola persona, e non tre persone». Lo sostiene l’avvocato Eraldo Stefani di Firenze, rispondendo a chi gli chiedeva se nelle indagini difensive, alla base della richiesta di revisione del processo, sia stato individuato il colpevole del duplice efferato omicidio delle bambine Barbara Sellini, 7 anni, e Nunzia Munizzi, 10. «Spetta comunque alle autorità competenti individuare il colpevole – ha precisato il legale – affinché sia assicurato alla giustizia e possa essere sottoposto ad un processo». I tre condannati sono rimasti tutti in Umbria dopo essere usciti di galera nel 2010.

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