di Enzo Beretta
Condannato a tre anni di reclusione un uomo di 67 anni accusato di aver maltrattato per oltre dieci anni la moglie e la figlia minorenne con ripetute violenze fisiche, insulti, minacce e umiliazioni continue, tali da costringerle nel 2016 ad abbandonare la casa e a rifugiarsi in una struttura protetta. La decisione è stata comunicata oggi pomeriggio dal tribunale di Perugia – presidente Carla Maria Giangamboni, a latere Edoardo Esposito e Serena Ciliberto – che ha inflitto una condanna perfino superiore rispetto alle richieste della Procura della Repubblica di Perugia. Il pm, al termine della requisitoria, aveva sollecitato una pena di due anni.
La scena descritta nel capo d’imputazione che riguarda l’imputato (difeso dall’avvocato Chiara Casaglia) è agghiacciante: viene accusato di aver afferrato la figlia per una gamba e di averle immerso la testa nel water, urlandole «Capito come si fa il 5? Devi scrivere!». Un’altra volta sarebbe accaduto nella vasca da bagno piena d’acqua. Questi sono solo un paio di episodi di presunti maltrattamenti su cui si è basato il processo che si è concluso ieri al Palazzaccio di via XIV Settembre. Con ogni probabilità la difesa, quando sarà entrata in possesso delle motivazioni della sentenza, deciderà di ricorrere in appello per tentare di annullare la condanna o, quanto meno, ridimensionare la pena. L’imputato, come detto, un uomo di 67 anni, è accusato di aver maltrattato per oltre dieci anni, tra il 2004 e il 2016 a Castiglione del Lago.
Stando al capo d’accusa l’uomo avrebbe imposto alle due vittime una vita definita «vessatoria, mortificante e insostenibile», insultando e picchiando la moglie, costringendola a versargli l’intero stipendio e – in più occasioni – anche ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà. Per quest’ultima contestazione l’uomo è stato assolto. Tra le offese riportate nel fascicolo, anche ingiurie, minacce di morte e botte con la mazza da baseball. La moglie – si apprende dalle carte dell’accusa – che lavorava in un night club, sarebbe stata «costretta a consegnargli tutti i proventi del suo lavoro, dietro minaccia di ulteriori percosse».
