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domenica 13 giugno - Aggiornato alle 12:52

Il giudice-eroe: «Ferracci voleva uccidere la mia collega ma sono riuscito a salvarla»

Perugia, Rana racconta l’aggressione in tribunale: ‘Perdevo sangue dopo la coltellata, lui era una furia’

di Enzo Beretta

«Se non fossi intervenuto in difesa della collega con ogni probabilità l’avrebbe uccisa». Un vistoso cerotto sulla parte destra dell’addome, sotto la t-shirt, copre la ferita da taglio di Umberto Rana, il magistrato-eroe che ha salvato la vicina di stanza Francesca Altrui dalla furia del 53enne Roberto Ferracci arrestato ieri mattina per aver accoltellato due magistrati al primo piano del palazzo del tribunale civile di Perugia. Umberto Rana è ricoverato nel reparto di chirurgia dell’ospedale e dopo un pomeriggio di visite, prelievi e accertamenti sanitari trova il tempo di rispondere alle decine di sms ricevuti. Uno di questi si conclude così: Un abbraccio dove non ti fa male.

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Dottor Rana, può raccontarci cosa è accaduto?
«Era mezzogiorno, ero nella mia stanza e avevo la porta aperta quando è passato un uomo che si è affacciato e mi ha guardato. Un attimo dopo ha suonato al portoncino di fianco al mio e la collega Altrui della sezione fallimentare ha aperto. Ho sentito che lui ha chiesto ‘Posso entrare?’, Francesca ha risposto ‘Prego’ e dopo qualche parola a proposito di un’esecuzione immobiliare ho sentito le urla».

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La sua collega era stata aggredita.
«Mi sono precipitato lì e ho trovato Ferracci, un uomo robusto, alto più di 1.80, praticamente sopra di lei. Si agitava, credevo la stesse picchiando e così ho tentato di braccarlo da dietro. In quel momento si è girato e ho sentito una puntura sull’addome. Mi aveva ferito con un coltello. Quindi un rumore perché la lama di quel coltellaccio da cucina mi ha urtato la costola. E’ stata quella che mi ha salvato…».

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Ha iniziato a perdere sangue?
«Sì ma non ho avuto il tempo di impressionarmi perché Ferracci era tornato alla carica contro Francesca che si era rintanata sotto la scrivania nel tentativo di sfuggire ai colpi. Voleva ammazzarla. Era venuto per questo. E nessuno lo ha fermato all’ingresso per un controllo perché il palazzo non è protetto da vigilanza né da metal-detector».

LA QUESTIONE SICUREZZA IN TRIBUNALE

E cosa ha fatto?
«Le urla hanno attirato le attenzioni di un commesso del palazzo che è corso in stanza. Per difendere la collega ho pensato che avrei dovuto quanto meno distrarre l’aggressore perciò gli ho tirato contro due sedie e un portaombrello. Abbiamo anche utilizzato un appendiabiti come lancia. E abbiamo insistito finché la collega è riuscita a liberarsi e a dileguarsi sul corridoio».

A quel punto cosa ha fatto?
«Sono rientrato nel mio ufficio e mi sono chiuso dentro. Mentre premevo la mano sulla ferita per tamponare l’emorragia dal telefono fisso ho tentato di comporre un numero per chiedere aiuto. Avevo il cuore a mille. Temevo di uscire perché quell’uomo poteva essere lì, davanti alla mia porta, pronto ad aggredirmi di nuovo. Poi però è venuto un impiegato a dirmi che aveva gettato il coltello. Sono uscito ed era seduto, immobile, con lo sguardo fisso verso il muro. Non ha detto una parola».

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