Ritornano sotto i riflettori due casi storici che si intrecciano con l’Umbria: la scomparsa di Emanuela Orlandi e quella del giudice Paolo Adinolfi. Le ricerche riprese alla Casa del Jazz di Roma — l’edificio su cui, secondo alcune ipotesi investigative, potrebbero trovarsi gallerie interrate — hanno fatto emergere di nuovo connessioni che riguardano anche la magistratura perugina. Il magistrato Paolo Adinolfi sparì il 2 luglio 1994. Aveva 52 anni e uscì di casa senza fare più ritorno, lasciando dietro di sé un mistero ancora oggi inquietante. Giovedì mattina (13 novembre) sono cominciati i sopralluoghi sotto la Casa del Jazz a Roma, con unità cinofile, per cercare tracce del suo corpo all’interno di gallerie sotterranee. Secondo quanto ricostruito da Umbria24, già l’ex giudice Guglielmo Muntoni, decenni fa, aveva segnalato la presenza di una galleria sotto l’edificio — segnalazioni che erano state girate proprio alla Procura di Perugia.
Negli anni Novanta, gli inquirenti umbri effettuarono verifiche — incluso un geologo incaricato di esaminare il terreno — ma non emerse nulla di definitivo. Secondo l’Ansa, al momento non è stato aperto un nuovo fascicolo dalla Procura di Perugia in relazione agli scavi in corso, anche se storicamente era competente per i magistrati romani scomparsi.
Il collegamento con l’Umbria non è solo geografico: negli anni la famiglia di Adinolfi ha continuato a chiedere verità. Il libro “La scomparsa di Adinolfi” del giornalista umbro Alvaro Fiorucci e Raffaele Guadagno richiama rapporti oscuri, fallimenti su cui il giudice stava indagando, potenziali legami con la Banda della Magliana, e il nome di Enrico Nicoletti, il cassiere della banda, la cui villa oggi ospita la Casa del Jazz.
Anche la vicenda di Emanuela Orlandi, l’allora ragazza, scomparsa nel 1983, ha un legame con l’Umbria. Un nome emerge con forza: Don Pietro Vergari, sacerdote originario di Sigillo (in provincia di Perugia), già rettore della basilica di Sant’Apollinare a Roma.
Vergari è stato indicato come testimone chiave fin nelle inchieste sul caso Orlandi, in parte per il suo rapporto con il boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis, il cui corpo fu traslato nella cripta della basilica da lui stesso. In passato, il sacerdote fu iscritto nel registro degli indagati per concorso in sequestro di persona nei confronti di Emanuela Orlandi; un’accusa che, però, nel 2015 fu archiviata. Il legame tra Vergari e De Pedis è da molti osservatori considerato cruciale: la sua figura è al centro delle indagini parlamentari e mediatiche, come emerge anche nei lavori della commissione bicamerale d’inchiesta sull’Orlandi.
Può sembrare sorprendente, ma questi due misteri — separati non solo nel tempo — si incontrano su un terreno comune: la Banda della Magliana e spazi che quella organizzazione criminale avrebbe usato come rifugio, deposito o nascondiglio. La Casa del Jazz, l’edificio su cui ora si scava, è stata confiscata alla Banda della Magliana. L’Umbria è più di un’osservatrice passiva in entrambe le vicende. Per il caso Adinolfi, la procura perugina rappresenta un filo investigativo storico; per l’Orlandi, il sacerdote umbro coinvolto è un testimone simbolico di un intreccio molto più vasto. Questo doppio legame rende la regione non solo territorio di cronaca, ma potenzialmente parte della chiave per fare luce su misteri che si trascinano da decenni.
