Vescovo Sigismondi (foto Preziotti)

«Una parola chiara e coraggiosa occorre dirla sul termine martirio, assunto per indicare, accanto ai martiri della fede, i martiri della patria, della mafia, del lavoro, del totalitarismo: fedeli alle proprie idee, testimoni fino alla morte. Quando i kamikaze, che dicono di agire nel nome del Profeta, si definiscono martiri e affermano di essere disposti al martirio, anzi di cercarlo, occorre gridare con forza che non sono martiri, ma criminali con pulsione suicida».

Foligno celebra San Feliciano Così il vescovo Gualtiero Sigismondi nell’omelia del solenne pontificale con Foligno ha celebrato San Feliciano. Affollata la cattedrale che al martire è dedicata, presenti le massime istituzioni civili e militari del territorio, ma soprattutto centinaia di fedeli che hanno voluto omaggiare il patrono della città. «Fratelli carissimi, il martirio è una grazia che il Signore ha concesso a San Feliciano per sostenere la fede di tutti noi e celebrare la festa del Patrono è, dunque, un dovere di gratitudine, uno stimolo a testimoniare in modo coraggioso la nostra fede in Cristo che sulla Croce ha vinto per sempre il potere della violenza con l’onnipotenza dell’amore».

 Vescovo Sigismondi: «Non equivochiamo il martirio» Poi l’omelia si è spostata sui fatti recenti che hanno agitato e continuano agitare alcune zone del mondo: «Il termine martirio non può essere equivocato, è una parola che indica una moltitudine immensa di cristiani che sono rimasti fedeli a Cristo anche quando il prezzo era, ed è, il più alto possibile: versare il proprio sangue. Per celebrare degnamente il martire Feliciano rendiamo omaggio ai tanti cristiani che in varie parti del mondo sono perseguitati a causa della fede. “La situazione drammatica che vivono i nostri fratelli in Iraq – scrive Papa Francesco nella lettera a loro indirizzata –, ma anche yazidi e gli appartenenti ad altre comunità religiose ed etniche, esige una presa di posizione chiara e coraggiosa per condannare in modo unanime e senza alcuna ambiguità tali crimini e denunciare la pratica di invocare la religione per giustificarli”».

L’integrazione Il vescovo Sigismondi ha poi ammesso: «Ci stiamo limitando a tutelare la libertà religiosa dei cristiani d’Oriente con alcune dichiarazioni di principio e qualche fugace intenzione di preghiera. Se vogliamo soccorrere e consolare questi nostri fratelli perseguitati ed oppressi occorre non solo che la comunità internazionale si decida a sostenerli in modo concreto e generoso, ma anche che ci disponiamo ad accompagnare, senza pregiudizi, il processo di integrazione degli immigrati, che è cosa ben diversa da una qualsiasi “sistemazione”. Integrazione è fare spazio allo straniero perché non diventi un “forestiero cronico”; integrazione significa non confondere l’accoglienza con la beneficenza: la prima coinvolge e crea un legame, la seconda si accontenta di un gesto; integrazione vuol dire non essere prevenuti verso chi professa una fede diversa ma nemmeno sprovvisti di una chiara e fiera consapevolezza della propria identità culturale e religiosa».

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