di Chiara Fabrizi
Nicola Gianluca Romita, 48 anni, è stato rinviato a giudizio per l’omicidio della moglie Laura Papadia, strangolata il 26 marzo scorso nell’appartamento di via Porta Fuga a Spoleto. Lo ha deciso oggi il gup Teresa Grano al termine dell’udienza preliminare confermando la sola aggravante del vincolo coniugale contestata dal sostituto procuratore Alessandro Tana e respingendo quella della premeditazione, che è stata sollecitata dalle parti civili. La prima udienza davanti alla Corte d’Assise di Terni è fissata per il 16 marzo.
Nel corso dell’udienza Romita ha reso dichiarazioni spontanee. «Quel giorno è un buco nero nella mia vita: non ricordo nulla di quella mattina», ha detto nel corso dell’udienza a porte chiuse a cui ha partecipato anche uno dei fratelli di Laura Papadia, che ha preferito non commentare.
L’imputato ha parlato anche delle difficoltà nel rapporto con la moglie, riferendo di discussioni legate al desiderio di Papadia di avere un figlio, che lui non voleva perché ne aveva già avuti da precedenti relazioni. Romita in aula non si è scusato né si è detto pentito: a poche settimane dal delitto, è emerso oggi, aveva inviato una lettera ai familiari di Laura Papadia per chiedere perdono, ma loro l’hanno rispedita al mittente.
Durante l’udienza preliminare, il giudice ha ammesso come parti civili i familiari della vittima, rappresentati dagli avvocati Filippo Teglia del foro di Spoleto e dall’avvocato Monica Genovese del foro di Palermo. Accolta la medesima richiesta formulata dal Comune di Spoleto con gli avvocati Alessandra Rondelli e Monica Picena che per quella arrivata dall’associazione “Per Marta e per tutte” rappresentata dall’avvocato Malaspina.
Nel corso della mattinata il difensore di Romita, Luca Maori, ha depositato una doppia consulenza psichiatrica e psicologica che attribuisce all’imputato un’infermità totale al momento del delitto, chiedendo al gup di disporre una perizia per accertare le condizioni del 48enne lo scorso 26 marzo, quando ha strangolato la moglie in casa. La richiesta non è stata accolta. Respinta anche l’istanza degli avvocati di parte civile Teglia e Malaspina, che avevano sollecitato il riconoscimento dell’aggravante della premeditazione, ipotesi non contestata dal sostituto procuratore Alessandro Tana al termine delle indagini.
«E’ un primo step e ci auguriamo sia fatta giustizia per Laura Papadia, che non meritava tutto questo», ha detto uscendo dal tribunale l’avvocato Genovese, mentre a definire «importante la decisione di respingere la perizia psichiatrica, anche per la contraddittorietà delle due consulenze depositate dalla difesa,» è stato l’avvocato Teglia.
L’avvocato Maori si è detto, invece, pronto a «ripresentare le nostre istanze alla Corte d’Assise Terni, dove porteremo avanti la nostra tesi: Romita ha avuto un black out, una dissociazione diretta, ha commesso l’omicidio, ma non se ne è reso conto e cercheremo di dimostrarlo. In aula – ha poi detto – il mio assistito, seppur con le sue parole, comunque corrette, ha anche spiegato perché non può esserci la premeditazione sia in relazione ai soldi trovati nell’abitazione di Senigallia, che erano per il ménage quotidiano e non per darsi alla latitanza, sia in relazione al biglietto aereo per uno stato estero, che va inquadrato come una vacanza».
