di Enzo Beretta

«Sono stato io a sparare. Era buio, ho sentito qualcosa muoversi, ero convinto di sparare al cinghiale mentre invece era Davide Piampiano». Questa la versione dei fatti fornita al gip Piercarlo Frabotta dal muratore 56enne Piero Fabbri, finito in carcere con l’accusa di omicidio volontario con dolo eventuale in seguito all’incidente di caccia avvenuto l’11 gennaio sui monti del Subasio. L’interrogatiorio di garanzia che si è svolto questa mattina nel carcere di Perugia è durato un paio d’ore, durante le quali l’indagato – è la ricostruzione del suo avvocato, Luca Maori – ha raccontato di essere stato chiamato da Davide intorno alle 16.30 per andare a caccia – l’incidente è avvenuto alle 17.10 – ma di «non aver depistato le indagini». 

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I soccorsi non chiamati Perché non ha immediatamente avvertito i soccorsi quando davanti a lui c’era Davide che perdeva sangue e implorava aiuto? «Ero sconvolto – è stata la risposta del Biondo – non ci ho pensato». Fabbri, però, non ha mai raccontato la verità. Agli investigatori e neppure nei giorni seguenti quando andava a trovare i familiari di Davide. Piuttosto si è limitato a ripetere che aveva udito un colpo di fucile da lontano e che quando si è avvicinato aveva trovato Davide ferito a terra. «Ha fornito questa versione stupida e assurda per un senso di colpa e di vergogna – sono le parole di Maori -. Non riusciva a trovare il coraggio di ammettere, con quei due poveri genitori, che era stato lui ad ammazzargli il figlio». «Vorrei essere morto io – avrebbe detto questa mattina al giudice, sempre secondo quanto riferito dal legale – la mia vita è finita perché ho ucciso il ragazzo che consideravo il figlio che non ho mai avuto». Nelle prossime ore il giudice deciderà se trattenere in carcere Fabbri.

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