di Enzo Beretta 

«Nostro figlio Davide è stato gravemente ferito ma Piero Fabbri non ha chiamato i soccorsi, anche per guidarli, essendo un profondo conoscitore della zona abitandoci. Ancora non sappiamo se per Davide non ci fosse nulla da fare, ma se anche l’esito a posteriori fosse risultato scontato, Piero Fabbri, che competenza aveva per stabilirlo a priori? Sapeva con cognizione di causa quale organo era stato colpito e che ogni tentativo sarebbe risultato inutile? Se vi fosse stata anche solo una possibilità su un milione che Davide si salvasse, lui doveva fare tutto ciò che era ‘umanamente’ possibile fare e, anzi, tentare l’impossibile». È quanto si legge in una lettera scritta dai genitori di Davide Piampiano, il 24enne ucciso l’11 gennaio durante una battuta di caccia al cinghiale sui monti del Subasio dall’amico Piero Fabbri. La famiglia è assistita dall’avvocato Franco Matarangolo.

LE PAROLE DELLA MADRE DI DAVIDE: NON CERCO VENDETTE

Il giorno del delitto «Non solo non ha chiamato i soccorsi ma, di fronte a Davide ancora cosciente e che implorava il suo aiuto, con un cinismo senza pari, ha iniziato a raccontare al telefono che Davide, ripetiamo ancora cosciente e vicino a lui, si era sparato da solo, ha scaricato il suo fucile e ha iniziato a manomettere la scena del delitto. Se anche fosse stato convinto che di lì a poco Davide sarebbe morto, ci saremmo aspettati per il legame che c’era tra loro, che stesse lì a tenergli la mano, ad accompagnarlo, ad accarezzarlo, invece che dare inizio a quella serie di menzogne, perpetuate per quasi venti giorni e che ancora oggi continuerebbe a ripetere, se non vi fossero state le immagini della Go-Pro, che lo hanno inchiodato inequivocabilmente. Si dice che fosse scioccato, ma ha avuto la lucidità necessaria per scaricare il fucile di Davide e per nascondere il suo, che aveva sparato, insieme alla giacca da caccia e così raccontare al telefono che Davide si era sparato da solo. Aveva la lucidità necessaria per pensare, prima di tutto, a salvare se stesso». 

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I giorni successivi «Altrettanto biasimevole il comportamento dei giorni successivi. Dice di non aver detto la verità perché non aveva il coraggio di dire ai genitori che aveva ucciso Davide, ma ha avuto il coraggio, questo sì, di raccontare loro un sacco di bugie, tante storielle ridicole.Tutti i giorni ha fatto visita a casa dei genitori insieme alla moglie. La mattina successiva ha avuto il coraggio di lamentarsi con la famiglia di Davide, perché, a causa del colpo che Davide si era sparato da solo, ‘ora era venuto fuori un gran casino’ e lui, del tutto innocente e unico soccorritore, si trovava ad essere ‘il primo indagato’. Quanto meno perplessi per la dichiarazione che sembrava assolutamente fuori luogo gli è stato risposto dalla mamma di Davide ‘magari oggi Davide fosse un indagato’. Raccontava e raccontava e diceva che era una fortuna che lui fosse intervenuto sul posto, così Davide non era morto da solo.Due giorni dopo la morte, il 13 gennaio, si è svolta l’autopsia, fissata per le ore 18. Alle ore 20,49, con l’autopsia ancora in corso, mentre la famiglia era insieme a parenti e amici a pregare per Davide, è arrivato un messaggio sul cellulare di uno dei genitori, del tenore… ‘saputo qualcosa?’. Un comportamento inquisitorio, continuato per giorni e giorni, volto solo a scoprire con estrema freddezza e lucidità, del tutto incurante del dolore dei familiari, eventuali sospetti e stato delle indagini.Il giorno 18 gennaio 2023, tanto per citare un episodio, alle ore 13,51 è arrivato un altro messaggio, con cui si chiedeva se Piero e la moglie potessero andare a casa dei genitori di Davide, ricevendo una risposta affermativa. Da parte dei genitori non è stata rivolta nessuna domanda sulla dinamica dell’incidente, sono stati lui e la moglie a sollecitare insistentemente il papà e la mamma in tal senso: ‘se volete sapere qualcosa su come è accaduto…chiedete pure’, frase ripetuta almeno cinque o sei volte. Spetterà ai Giudici dare le valutazioni giuridiche sul comportamento di Fabbri, non cerchiamo vendetta ma solo giustizia, consapevoli che tali due concetti siano profondamente diversi. La prima apparterrebbe a pochi, la seconda dovrebbe essere e crediamo che sia, per la vicinanza sincera dimostrataci da tantissime persone, desiderio di una intera comunità civile. Non che questo sfogo cambi qualcosa, sappiamo che il baratro in cui siamo sprofondati probabilmente non avrà fine, ma crediamo sia giusto rappresentare i comportamenti di Fabbri così come sono stati nei confronti di un ragazzo gioioso e pieno di vita, che lui diceva essere il figlio che non aveva mai avuto e nei confronti della sua famiglia. Fabbri avrebbe almeno potuto tendergli la mano, rassicurarlo, assisterlo… ha preferito fare o non fare ciò che ha fatto, pensando esclusivamente a sé stesso, avendo il coraggio di farlo morire nella menzogna ‘Davide si è sparato una botta’».

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