di Maurizio Troccoli
Ci si può impegnare a controllare tutto, ma filiere larghe e meccanismi di mercato complessi, difficilmente consentono di estendere le regole dell’impresa madre a tutte quelle collegate. Grandi marchi del tessile, come quelli noti umbri, provano ad esempio, contrariamente a quanto avviene per la maggiore, a non rivolgersi a manodopera all’estero, pur tuttavia non è possibile escludere che lo faccia comunque qualcuno della propria filiera. Incorrendo anche in reati.
L’ennesima inchiesta della procura di Milano sul caporalato nella filiera della moda riporta al centro un nodo che riguarda da vicino anche l’Umbria: quello della tenuta di un settore strategico dell’economia regionale, sempre più esposto alle contraddizioni di una produzione globale frammentata.
Il caso più recente coinvolge i marchi Aspesi e Paul & Shark, controllato dalla società Dama, come riporta il Post. Secondo i magistrati milanesi, parte della produzione sarebbe stata affidata a opifici esterni dove veniva impiegata manodopera irregolare, in prevalenza di origine cinese, con orari fuori norma, assenza di contratti e condizioni abitative promiscue all’interno degli stessi laboratori. Il tribunale ha disposto il controllo giudiziario, una misura che affianca un amministratore ai vertici aziendali senza interrompere l’attività produttiva.
Non si tratta di un episodio isolato. Negli ultimi anni le indagini coordinate dal pubblico ministero milanese hanno coinvolto alcuni dei nomi più noti del lusso italiano, come Tod’s, Dolce & Gabbana, Gucci e Prada. Il filo conduttore è sempre lo stesso: una filiera lunga e opaca, costruita su appalti e subappalti, dove il controllo effettivo delle condizioni di lavoro tende a diluirsi man mano che ci si allontana dal marchio principale.
Il punto più innovativo – e controverso – dell’impostazione della procura di Milano è proprio questo: attribuire responsabilità diretta ai marchi committenti per quanto accade lungo tutta la filiera, anche nei passaggi indiretti. In sostanza, non basta più dichiararsi estranei agli abusi compiuti dai fornitori; le aziende sono chiamate a dimostrare di aver vigilato attivamente su ogni livello della produzione.
È una chiave di lettura che ha ricadute potenzialmente rilevanti anche per territori come l’Umbria, dove il tessile e l’abbigliamento rappresentano una componente storica del sistema manifatturiero. Secondo i dati Istat e Unioncamere più recenti, il comparto moda – che comprende tessile, abbigliamento e pelletteria – pesa in modo significativo sull’export regionale e mantiene una presenza diffusa di piccole e medie imprese, spesso inserite in catene produttive legate a grandi marchi nazionali e internazionali.
Negli ultimi anni, inoltre, alcune aziende della moda hanno rafforzato la loro presenza logistica e produttiva nella regione. Tra queste anche Prada, che ha avviato nuovi investimenti, tra cui un opificio in costruzione nell’area di Gubbio. Operazioni di questo tipo confermano l’attrattività dell’Umbria per la filiera del lusso, grazie a costi relativamente contenuti, posizione geografica e disponibilità di manodopera specializzata.
Proprio questa integrazione nelle filiere lunghe rappresenta però anche un elemento di vulnerabilità. Le indagini milanesi mostrano come le criticità si concentrino soprattutto negli anelli più deboli della catena produttiva: laboratori conto terzi, subfornitori, opifici di piccole dimensioni. Sono realtà difficili da monitorare, dove il rischio di irregolarità aumenta in presenza di forte pressione sui costi e sui tempi di consegna.
In Umbria non emergono, allo stato, inchieste analoghe a quelle milanesi con lo stesso livello di coinvolgimento dei grandi marchi. Tuttavia, episodi di lavoro irregolare e sfruttamento in ambito manifatturiero non sono assenti nelle cronache giudiziarie e ispettive degli ultimi anni, anche se spesso riguardano segmenti meno visibili della filiera e non arrivano a coinvolgere direttamente i brand.
Il tema del caporalato, tradizionalmente associato all’agricoltura, si sta infatti estendendo ad altri settori, tra cui logistica e manifattura. Nel caso della moda, assume caratteristiche specifiche: non tanto reclutamento illegale di manodopera sul territorio, quanto utilizzo sistematico di reti di subappalto che possono favorire condizioni di sfruttamento difficili da intercettare.
Le tendenze più recenti indicano un aumento dei controlli e una maggiore attenzione anche da parte dei consumatori e degli investitori, sempre più sensibili ai temi della sostenibilità sociale oltre che ambientale. Parallelamente, a livello europeo si stanno rafforzando le normative sulla “due diligence” delle imprese, che imporranno obblighi più stringenti di verifica lungo tutta la catena di fornitura.
Per un territorio come l’Umbria, la questione si gioca su un equilibrio delicato. Da un lato la presenza di grandi marchi e commesse rappresenta una leva fondamentale per l’occupazione e lo sviluppo industriale. Dall’altro, proprio l’inserimento in filiere globali richiede sistemi di controllo più robusti, trasparenza nei rapporti tra aziende e una capacità di vigilanza che non può essere lasciata solo alle indagini giudiziarie.
Le inchieste milanesi, al di là dei singoli casi, segnalano un cambio di paradigma: la responsabilità sociale delle imprese non si ferma più ai cancelli della fabbrica principale, ma si estende a tutta la rete produttiva. È un passaggio che riguarda direttamente anche le realtà umbre, chiamate a misurarsi con standard sempre più elevati in un settore che resta centrale, ma sempre più complesso.
