di Daniele Bovi

Ammonterebbe a oltre 660 mila euro il presunto danno erariale per il quale la Procura regionale della Corte dei conti ha chiesto la condanna dell’ex procuratrice aggiunta di Perugia, Antonella Duchini e dei due ex carabinieri del Ros Orazio Gisabella e Fabio Sinato. Il caso è stato trattato mercoledì davanti alla Sezione giurisdizionale della magistratura contabile, presieduta da Giuseppe De Rosa.

Il caso Al centro della vicenda, secondo quanto ricostruito dal procuratore Enrico Amante, vi sarebbero «plurime condotte illecite» portate avanti tra il 2000 e il 2017 relative al conferimento di 196 incarichi di trascrizione di interrogatori a favore di persone legate da rapporti di parentela, colleganza o amicizia con Gisabella, in violazione delle norme sulle spese di giustizia e con un presunto raddoppio illegittimo dei compensi.

Le cifre Per questa contestazione il danno stimato supera i 327 mila euro, mentre altri 333 mila vengono richiesti per presunte condotte di abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio relative ad alcuni procedimenti penali assegnati a Duchini. Questa seconda somma viene collegata alla presunta violazione degli obblighi di servizio. Il giudizio contabile è una prosecuzione del procedimento penale di Firenze chiuso di recente con l’assoluzione degli imputati.

La difesa L’avvocato Nicola Di Mario, difensore di Duchini (Gisabella è assistito da Alessia Minniti e Sinato da Emma Contarini) ha chiesto il completo rigetto delle richieste della Procura contabile. In primo luogo, Di Mario ha sostenuto che l’azione è da ritenersi prescritta. Secondo il legale, le prassi sulle trascrizioni e sui compensi erano note all’amministrazione già nel 2009 grazie ai controlli interni e a un’ispezione ministeriale. Non ci sarebbe stato poi alcun occultamento e i decreti erano trasparenti, quindi il termine per agire sarebbe scaduto da tempo.

Gli incarichi Nel merito, Di Mario ha sostenuto che gli incarichi e l’aumento dei compensi fossero necessari per far fronte a indagini complesse e urgenti, in assenza di un servizio interno di trascrizione. Gli aumenti, poi, restavano nei limiti di legge ed erano stati controllati dai vertici dell’ufficio senza che emergessero prove di accordi illeciti, e nessun rilievo inoltre è emerso a proposito della pratica di ricorrere a consulenti esterni. Di Mario ha ricordato che nella sentenza del Tribunale di Firenze si sottolinea la non censurabilità degli aumenti, «né comunque l’istruttoria svolta consente di dire che non vi fossero i presupposti di legge per operare l’incremento della liquidazione». Il tutto poi, ha sostenuto il legale, era giustificato «dal compimento di un servizio effettivamente reso alla autorità giudiziaria», senza compromettere lo scopo per le quale le risorse erano state assegnate.

La sentenza Di Mario ha poi richiamato la sentenza penale che ha escluso sia la rivelazione di segreto d’ufficio sia la corruzione, osservando che i destinatari delle presunte informazioni riservate erano già autorizzati a conoscere gli atti e che l’ipotesi di un accordo illecito si basava su errori fattuali. «Il tribunale di Firenze ha inoltre escluso – ha detto Di Mario – la configurabilità della ipotizzata corruzione in atti giudiziari poiché gli esiti della attività dibattimentale non avevano dimostrato l’esistenza di alcun accordo o pattuizione illecita tra gli imputati».

I criteri Infine, la difesa ha fatto leva sulla recente sentenza della Corte costituzionale che ha modificato i criteri di calcolo dei compensi dei periti. Secondo il legale, ricalcolando oggi gli importi con le nuove regole, il presunto danno verrebbe meno perché le somme liquidate all’epoca corrisponderebbero a quanto ora dovuto per legge. Nella sua breve replica il pm ha sostenuto che sono state le indagini penali a disvelare il presunto sistema di relazioni e rapporti di parentela; quanto alla modalità di affidamento degli incarichi, «era un meccanismo singolare – ha detto – che avveniva a Perugia». La sentenza della Corte arriverà nelle prossime settimane.

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