di Chiara Fabrizi

«Uomini aiutateci, perché tocca a voi cambiare per arrivare al punto che ogni donna possa decidere senza paura il proprio destino». Queste le parole pronunciate da Marina Ferrando del Centro antiviolenza di Città della Pieve domenica mattina in viale Vanni a meno di 24 ore dal femminicidio suicidio di Po’ Bandino, in cui è stata uccisa Stefania Terrosi, 59 anni, per mano dell’uomo con cui aveva avuto una relazione, Antonio Iacobellis, 58 anni, che poi si è suicidato.

Un mazzo di gerbere rosse e un’epigrafe dello stesso colore sono state posate sulla panchina, anche questa rossa, di viale Vanni, dove per la commemorazione è arrivato anche il figlio di Stefania Terrosi, un ragazzo poco più che trentenne, a cui è stata strappata con violenza la mamma. Proprio qui in viale Vanni, il 25 novembre scorso, un nastro rosso col nome di ogni vittima di femminicidio è stato legato a un albero e a tutti è apparso necessario, tornare qui per ricordare Stefania Terrosi. «Questo momento serve anche per dire a tutte le donne di non sottovalutare, di non dimenticare che sul territorio c’è chi vi può stare vicino», ha detto Ferrando, che ha poi annunciato per le 18.30 di domenica una fiaccolata a Po’ Bandino.

In viale Vanni anche il sindaco Fausto Risini, che è tornato a parlare di «una città affranta», ma anche «di una sconfitta, perché facciamo tutto ciò che pensiamo sia utile fare per la prevenzione dei femminicidi, nelle scuole e in ogni luogo utile alla sensibilizzazione, e lo facciamo non soltanto il 25 novembre, ma tutto l’anno. Oggi però – ha detto – ci rendiamo conto che non facciamo a sufficienza, ci rendiamo conto che occorre fare altro, perché è impossibile, impensabile che questo massacro continui da anni e purtroppo sia destinato a continuare».

Un messaggio chiaro è arrivato anche dall’assessore Meloni, che ha ribadito: «In ogni relazione, qualsiasi atto di violenza, sia esso verbale, psicologico o fisico, è inaccettabile. Tali gesti – ha detto – non rivelano la forza di un sentimento, ma piuttosto modalità distruttive e disperate per esercitare il proprio folle dominio. E forse, oltre all’impegno delle istituzioni, dei Centri antiviolenza, delle forze dell’ordine, dovremmo ripartire da quel sentimento di vicinanza e di vicinato, per il quale ciascuno di noi dovrebbe buttare lo sguardo oltre il proprio marciapiede, oltre la propria porta di casa, perché forse dei segnali di disagio a volte arrivano e non li sappiamo cogliere».

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