I tre arrestati per l'omicidio di Sergio e Maria (Foto F.Troccoli)

di Francesca Marruco

Ancora una volta, nella preoccupante fenomenologia che a Perugia ha portato due tentate rapine a finire nel sangue con l’ omicidio di tre persone in totale, ad essere determinante è stata una donna. Questa volta però, nel duplice omicidio di Cenerente, in cui sono stati ammazzati Sergio Scoscia e l’ anziana madre Maria Raffaelli, la donna ha avuto un duplice ruolo: di basista prima, che indica al fidanzato albanese che in quella casa ci sono gioielli e pietre preziose e di chiave di volta dell’ indagine poi, confessando tutto agli inquirenti quando non poteva più fare diversamente. Lunedì la donna comparirà davanti al gip Lidia Brutti per l’interrogatorio di garanzia.

La prima confessione E’ il 29 maggio quando la giovane albanese, messa alle strette dalla crescente pressione degli investigatori della squadra mobile di Perugia che dal suo primo interrogatorio del 7 aprile in cui lei non ha detto nulla, hanno subito iniziato a scavare nella sua vita, la donna ha parlato. Senza contare che il 21 aprile scorso le era stato anche sequestrato il passaporto.  «Voglio raccontarvi la verità – dice -. In merito alla mia amicizia con Sergio Scoscia, avevo riferito ad Anton, il mio fidanzato, che Sergio lavorava l’oro  e che con me aveva rapporti non  sessuali, ma mi dava solo dei passaggi in auto in cambio del pagamento della benzina. Anton ha pensato che essendo scapolo aveva disponibilità di denaro».

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La terribile idea L’equazione mortale per l’ex orafo Sergio, massacrato con venti martellate, arriva a causa della sua bravura e della sua condizione di single. « Una decina di giorni prima del duplice omicidio – continua a raccontare la donna – io e Anton in camera mia abbiamo pianificato di fare un furto in casa di Sergio Scoscia. Senz’altro non avrei partecipato io personalmente ma Anton  ha detto che avrebbe fatto con Andrea, un altro connazionale dotato di autovettura».

Le utili precisazioni Il 2 giugno poi la donna è tornata insieme al suo avvocato Vincenzo Rossi e davanti al pm Claudio Cicchella e ha detto, stavolta sembrerebbe, tutta la verità. Ha precisato che ad indicare la casa di Scoscia era stata lei:« il 2 o il 3 aprile, quando ho finito di lavorare al Pantano, ho preso il pullman K insieme ad Anton, e passando davanti casa di Sergio ho indicato ad Anton dove abitasse. La sera del 5 aprile ad ora di cena è arrivato a casa mia un giovane albanese. Loro hanno cenato insieme a casa mia, ma io mi sono allontanata dalla sala perché è costume del mio paese che, quando tre uomini devono parlare, le donne vadano in un’altra stanza. Sono andata a dormire verso le 22.30. Prima che facesse giorno mi sono svegliata e ho sentito che Anton era in bagno. Mi sono affacciata alla finestra e ho visto un’auto scura che ripartiva. Poco dopo è arrivato Anton, gli ho chiesto se loro erano andati via e lui mi ha detto di si ».

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La negazione La donna ha saputo della morte di Sergio Scoscia la mattina dopo quando glielo ha detto un’altra prostituta. Lei era in un bar di Perugia in cui solitamente lo aspettava per il passaggio alla strada del Pantano, dove lei si prostituiva,  come tutte le mattine. A quel punto lei ha chiesto spiegazioni al fidanzato che le ha detto: « Io non sono entrato in quella casa, stai tranquilla». Però il giorno dopo è fuggito in fretta e furia dall’Italia per l’Albania.  Lei forse aveva già qualche dubbio sul fatto che il suo uomo non era davvero implicato nella terribile mattanza, ma ha continuato a comunicare con lui cercando di proteggerlo.

La polizia schierata per gli arresti di Cenerente

Le discussioni a distanza Ad un certo punto voleva anche farlo tornare a Perugia per farlo parlare con la polizia. Per fargli spiegare che lui non aveva niente a che fare col duplice omicidio. Ma poi ha capito che lui non sarebbe mai venuto il 9 maggio tramite Skype gli dice: « Non voglio più sapere cosa hai fatto tu, che bugie mi hai detto tu fino ad oggi. Se tu vuoi venire per stare una settimana in Italia, per chiarire i problemi che ci sono qui, vieni,  altrimenti te lo dico già da adesso: io domattina vado lì e dico le cose come stanno perché le stanno chiedendo a me.  Poi lui inizia a minacciarla, più o meno direttamente: «Stai attenta perché hai 30 anni – le dice una sera con un sms -. Un errore che fai ti costa tutta una vita. Ok fatti saggia se vuoi».

La decisione Quando ha capito che lui non sarebbe venuto, che i suoi sospetti erano fondati, e soprattutto che il lavoro certosino che la polizia stava portando avanti, non le avrebbero lasciato scampo, ha vuotato il sacco, a rate. Ma alla fine lo ha fatto. Consegnando il suo uomo e i suoi due connazionali alle loro pesantissime responsabilità. E lei alle sue. Anche lei infatti ha un’accusa pesante, pur non essendo, almeno per ora, accusata anche di concorso in omicidio.

Le altre donne Prima di lei avevano già parlato altre due sue connazionali, prostitute come lei. Una aveva detto che in casa sua fino alla mattina dopo del duplice omicidio c’era stato il fidanzato albanese. L’altra aveva confessato che era stata proprio lei ad accompagnare Artan Gioka all’aeroporto di Sant’Egidio il sette aprile per la partenza per l’Albania. La basista, che alla fine ha confessato perché messa troppo alle strette e forse, si spera, perché ha voluto mettere fine alla abnormità commessa,  è anche lei  indagata per concorso in associazione a delinquere e tentata rapina, ed è attualmente sottoposta alla misura del divieto di espatrio.

La fiducia di Sergio Il povero Sergio Scoscia la accompagnava a lavoro e non voleva neanche prestazioni sessuali in cambio. Forse per lui era un’amica. Lei dice di aver pianto alla notizia della sua morte. Ma lei è la stessa che ha pianificato il furto col fidanzato. Sicuramente non pensava che lo avrebbero ucciso. Come sicuramente per lei non era un amico.