di Maurizio Troccoli
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La verità sulla morte di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 ammazzata insieme al suo operatore Miran Hrovatin, il 20 marzo del 1994, sembra ancora lontana dagli atti della giustizia italiana. Nel processo di revisione che da martedì si svolge a Perugia la fragilità delle testimonianze appare evidente e l’unico somalo che ha pagato, Omar Hassan Hashi, presente in aula a Perugia, condannato a 16 annidi reclusion, chiede giustizia: «Ora è chiaro a tutti, il testimone che ha fatto il mio nome ha detto di essere stato pagato per farlo. Io quel giorno ero a 150 chilometri di distanza da dove sono accaduti i fatti».

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LA RICOSTRUZIONE

La vicenda intrecciata Sintetizzando, di quel commando di 7 persone, i ‘testimoni’, tali o presunti che siano, hanno indicato un solo uomo, che è finito in galera, in Italia. Ora di quelle due testimonianze restano pochi elementi e labili: un testimone, Gell, ha ritrattato, in Inghilterra, prima alla trasmissione Rai ‘Chi l’ha visto’, poi alla procura di Roma, sostenendo di avere ricevuto in cambio della testimonianza la promessa di soldi e dei documenti per fuggire da una Somalia in conflitto e pericolosa, l’altro, invece, ormai defunto, sarebbe stato dichiarato inattendibile dall’ambasciatore Giuseppe Cassini che, in Somalia, era stato incaricato di trovare i testimoni oculari dellìagguato. Dichiarazione che l’ambasciatore avrebbe fatto davanti alla commissione parlamentare, nel 2004, secreta a lungo e resa pubblica solo di recente.

Il ruolo dell’ambasciatore L’ambasciatore Cassini, presente in aula e sentito dai giudici a Perugia, a riguardo ha precisato alla stampa: «Ho spiegato che essendo un ‘bantu’, un fuori clan, ha minore possibilità di difendersi e minore affidabilità generale.   Perchè comunque deve difendersi e quindi più che dire le verità oggettive dirà cose a sua difesa. C’è un concetto tutto somalo di verità». Ma all’ambasciatore è stata contestata anche l’attendibilità dell’altro testimone Gell, che avrebbe dichiarato di avere fornito una testimonianza pilotata in cambio di favori: «Se ha detto bugie tali da mandare in galera una persona per 16 anni – ha detto l’ambasciatore – perché oggi si dovrebbe ritenere che invece dica la verità? Rispetto a quest’uomo resto perplesso che non sia stato ascoltato, dalle autorità italiane, nelle forme opportune, quando era nelle nostre disponibilità. Avevamo l’indirizzo preciso che ho dato alle autorità quando lui si era allontanato dall’Italia».

Il testimone chiave Tra i numerosi non ricordo, l’ambasciatore ha ricostruito il suo ruolo nella vicenda spiegando che un collega rappresentante della Ue in Somalia, un tale Washington, somalo ma con passaporto tedesco, persona considerata «affidabile», gli aveva detto di conoscere un tale Scino che a sua volta aveva riferito di conoscere un testimone oculare. Sarebbe stato questo Scino ad avergli presentato Gell, che avrebbe raccontato di trovarsi sul posto al momento dell’assassinio, di avere visto le 7 persone davanti a un albergo, di avere attraversato la strada per andarli a salutare e che, poco dopo, hanno aperto il fuoco. L’ambasciatore rispetto ai 7 ha detto che Gell probabilmente li conosceva tutti «di faccia», ma non ricorda se sapeva anche i nomi, presumibilmente no. Mentre solo di uno di loro, Gell, gli avrebbe detto di conoscere il nome: quello di Hashi. Il somalo che poi sarà arrestato era anche uno di quegli africani che l’ambasciatore ha portato in Italia, tra le persone che avrebbero subito violenze e torture dai militari italiani, dopo l’incarico che gli avrebbe affidato lo stato italiano quando è esploso lo scandalo e la procura di Livorno ha aperto l’inchiesta.

Il ruolo di ‘Chi l’ha visto?’ sulla ritrattazione In aula, a Perugia, è stata ascoltata anche la giornalista di ‘Chi l’ha visto?’, Chiara Cazzaniga, che ha raccolto la testimonianza di Gell con la quale ritratta la sua versione dei fatti: «L’impressione che ho avuto di quell’uomo – ha detto – è che si tratti di tutt’altro che un furbacchione. Mi ha detto che lui non era sul luogo del delitto, che gli era stato spiegato che gli italiani cercavano testimoni in cambio di soldi e documenti, quello di cui aveva bisogno, e che il nome di Hashi non l’ha pensato lui, ma glielo avrebbero indicato gli italiani. E quando Gell parla degli italiani parla dell’ambasciatore e di Washington», l’uomo di cui si fidava l’ambasciatore in Somalia e che avrebbe partecipato agli incontri, traducendo anche le comunicazioni.

Il giornalista Alberizzi Tra i testimoni del processo di revisione, anche Massimo Alberizzi, giornalista del Corriere delle Sera, esperto di quell’area dell’Africa che ha detto: «Alpi probabilmente aveva scoperto un traffico di rifiuti speciali e armi su cui c’è stato un intreccio di complotti e su cui non si è voluto scavare fino in fondo. Sapete che fine ha fatto l’autista? Gli hanno sparato, è morto, appena arrivato all’aeroporto di Mogadiscio».

L’abbraccio Durante una pausa in aula l’ambasciatore, il cui lavoro è all’origine dell’arresto di Hashi, ha avvicinato il somalo per abbracciarlo: «Noi somali – ha raccontato Hashi sull’accaduto – abbiamo rispetto per gli anziani, anche se lui ha fatto quello che ha fatto. Lui sa la verità, chi ha pagato sa». Ma sull’ipotesi dei soldi, in aula, durante l’interrogatorio, l’ambasciatore ha detto: «Se i giornalisti ipotizzano un pagamento andrà a finire male per loro». Risulta fondamentale in questa revisione del processo, che il giudice ha sottolineato essere «autonomo», ascoltare la testimonianza di Gell, attualmente in Inghilterra. Che lui venga a Perugia, la giornalista Cazzaniga dice: «E’ impossibile». «Potrebbe accadere – aggiunge – che attraverso una rogatoria potrà essere ascoltato in videoconferenza».

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