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sabato 28 maggio - Aggiornato alle 18:59

Cartomante batte questura di Perugia, il Tar: «Va dimostrato l’abuso della credulità popolare»

Nel 2017 il blitz nei locali di Fontivegge e la chiusura, ma per i giudici la cartomanzia di per sé non è ciarlataneria

di Chiara Fabrizi

«L’esercizio di attività di cartomante non è sufficiente di per sé a integrare la fattispecie di ciarlataneria», che va dimostrata con «adeguata indagine sull’idoneità della stessa a produrre abuso della credulità popolare e dell’ignoranza». Con questa motivazione il Tar dell’Umbria, sentenza depositata l’8 ottobre, ha annullato i provvedimenti risalenti al 2017 ed emessi dalla questura di Perugia a seguito di un blitz compiuto a Fontivegge (Perugia) nella sede legale di una società di cartomanzia, da cui è scaturito il provvedimento di chiusura. I giudici hanno anche condannato il ministero dell’Interno al pagamento di 1.500 euro per le spese legali sostenute dalla cartomante, ma non è la prima volta che i giudici amministrativi vengono sollecitati da presunte esperte in tarocchi e astrologia a pronunciarsi sulla propria attività dopo l’intervento della polizia nelle loro sedi..

Cartomante batte questura di Perugia Nel caso specifico gli agenti della questura di Perugia, dopo aver rilevato un’ampia pubblicità della cartomante, hanno bussato al condominio in cui aveva sede, trovando cinque postazioni fisse con telefono e altrettanti operatori, mentre sul tavolino di una di queste sono spuntati mazzi di carte del tipo tarocchi. Dagli accertamenti successivi è stato poi appurato che le telefonate passavano per un numero 899. Nell’arco di circa 10 giorni dalla questura è arrivato il provvedimento con cui si ordinava la «cessazione dell’attività illecitamente esercitata, ritenendo la cartomanzia non consentita». La ricorrente, assistita dall’avvocato Gian Luca Falcinelli, ha quindi impugnato gli atti al Tar, contestando «la violazione del giusto procedimento, eccesso di potere per errore sui presupposti, difetto di istruttoria e di motivazione, illogicità, ingiustizia grave e manifesta». I giudici in via preliminare hanno ricordato che il «Tulps vieta espressamente il mestiere di ciarlatano, ma che il Tar ha già avuto occasione di evidenziare che la cartomanzia, quale attività economica, non è vietata in sé e per sé dall’ordinamento ma solo laddove venga svolta con modalità idonee ad abusare dell’altrui ignoranza e superstizione».

Tar: «Va dimostrato l’abuso della credulità popolare» E questo perché «la cartomanzia, anche se non è di certo regolata, è comunque presa espressamente in considerazione da diverse norme interne, nel presupposto dunque della sua liceità». In particolare dal Codice del Consumo che «detta una specifica disciplina in materia di servizi di astrologia, cartomanzia e assimilabili, vietando unicamente quelle comunicazioni che, al pari del Tupls, siano tali da indurre in errore o sfruttare la credulità del consumatore», ma anche il «regolamento recante la disciplina dei servizi a sovrapprezzo che contempla anche i servizi di astrologia e cartomanzia». Da qui l’accoglimento del ricorso per «falsa applicazione del Tulps, eccesso di potere per difetto di istruttoria e motivazione», perché «non emergono elementi atti a dimostrare – scrivono i giudici – l’esercizio dell’attività di cartomanzia con metodi truffaldini ovvero con abuso dell’ignoranza e della credulità dei terzi, elementi indispensabili per giustificare l’adozione di un provvedimento interdittivo di un’attività economica lecita».

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