©️Fabrizio Troccoli

di Enzo Beretta 

Botte in caserma a due ragazzini di 16 anni. La Procura non crede alle accuse e archivia il fascicolo contro quattro carabinieri di Assisi indagati per lesioni gravi. La Procura generale si impossessa del fascicolo e pochi mesi più tardi giunge alla stessa conclusione avanzando una seconda richiesta di archiviazione. Il gip di Perugia, però, attraverso un’imputazione coatta ordina di portare a processo un militare. La vicenda giudiziaria verrà risolta tra il 13 e il 20 marzo davanti al giudice per l’udienza preliminare Angela Avila: la testimonianza di un collega carabiniere presente quella notte dell’11 giugno 2021 in caserma e l’audizione del medico legale Sergio Scalise Pantuso anticiperanno la sentenza del procedimento con rito abbreviato condizionato.

La denuncia e i «dubbi» Le indagini coordinate dal procuratore Raffaele Cantone e dal pm Mara Pucci scattano subito dopo la denuncia presentata in questura dalla mamma di uno dei ragazzini, con una turbolenta storia familiare alle spalle. «La querelante puntualizzava che quanto esposto era fondato sulle propalazioni del figlio», si legge nelle carte della Procura. «Gli assunti – viene sottolineato – sono presentati prudenzialmente in forma dubitativa». Stando alla ricostruzione quella notte il minorenne «in preda a un momento di rabbia ha preso a calci il frigo» e dopo «aver spintonato l’operatrice della struttura che tentava di fermarlo» è uscito dalla comunità insieme all’amico. «Mi ha minacciata di darmi una coltellata se non mi fossi allontanata e mi ha afferrata per il collo – ha raccontato un’operatrice -. In un delirio distruttivo sono stati rovesciati i secchi della spazzatura, la tv e la PlayStation sono state scagliate contro il muro». Intervengono dunque, su richiesta, due pattuglie dei carabinieri che portano i giovani  in caserma. Leggiamo la denuncia: «Mio figlio veniva malmenato senza alcuna ragione da un carabiniere con schiaffi al volto e calci alla caviglia. Quando lui protesta, rimarcando l’illiceità del comportamento subìto e richiamando la nota vicenda di Stefano Cucchi, scatenava l’ulteriore reazione dello stesso carabiniere che lo colpiva con un forte pugno al volto, dopo aver indossato dei guanti e una gomitata al costato. Il tutto – prosegue – sarebbe avvenuto alla presenza di altri due militari che entravano e uscivano dalla stanza senza intervenire, limitandosi uno di loro, dopo la gomitata, a schernirlo». Sarebbero seguiti «insulti all’amico che urlava chiedendo di smetterla». Nel verbale si legge che l’amico «piangente e dolorante non riusciva a camminare» quando, intorno alle 4 di notte, sono rientrati in comunità per andare a dormire «visibilmente spaventati e stanchi». 

I referti medici Il figlio della denunciante il giorno dopo è andato all’ospedale di Todi dove è stato dimesso con un referto di 6 giorni indicante «ecchimosi all’occhio e all’avambraccio sinistro e dolore post traumatico all’emicostato destro». C’è andato anche l’altro dichiarando di essere stato preso a schiaffi prima di cadere a terra contro una sedia: 5 giorni per «dolore alla digitopressione dell’emicostato sinistro e della colonna dorsale». Secondo Cantone «la notizia di reato è infondata e non ci sono elementi idonei a sostenere le accuse in un futuro giudizio nei confronti delle persone indagate». 

La bodycam e le indagini La Procura ha esaminato la denuncia, le annotazioni dell’intervento, ha acquisito testimonianze, referti sanitari, fotografie, relazioni degli operatori sociali e altri documenti, insieme ai filmati della bodycam privata indossata da un carabiniere «presso la comunità, durante il tragitto verso la caserma e all’interno della caserma ove si assume commessa l’aggressione al minore». Riguardo al referto – scrivono i pm – «ci sono fondati motivi per dubitare della loro reale eziologia» in quanto «dalle prove acquisite emerge in modo convincente una ricostruzione della vicenda in chiave alternativa e rassicurante circa l’operato dei militari». E ancora: «Sembra da escludere la riferibilità delle lesioni refertate alla condotta degli indagati». Tra i video agli atti quello della bodycam nel quale «durante il colloquio il minore ritornava progressivamente alla calma e ammetteva di avere ‘sbroccato’ fino a chiedere scusa agli operanti e mostrando apparente prostrazione e pentimento». 

Il post su Facebook Salvo pubblicare il giorno dopo su Facebook «alcune foto con l’occhio sinistro, visibilmente tumefatto e commenti offensivi e chiaramente allusivi a presunte – ma mai avvenute – violenze delle forze dell’ordine che lo avrebbero ammanettato e gonfiato di botte in quattro, incitando espressamente gli utenti a reagire per avere giustizia». Ulteriori dubbi agli inquirenti sono venuti anche «dal raffronto diretto fra l’immagine postata del volto tumefatto e un frame estratto dagli ultimi minuti di ripresa video». 

«Segni di violenza? Pensavano alla PlayStation» Una testimonianza ritenuta dirimente è quella di un appuntato di turno quella notte secondo cui «i colloqui con i minori sono avvenuti in un contesto di assoluta normalità» (tra le altre cose «essendo le porte sempre rimaste aperte») e che «al momento di uscire dalla caserma entrambi i ragazzi gli transitavano davanti, parlavano tranquillamente con i militari e non presentavano alcun segno di violenza». Circostanza in qualche modo confermata dall’operatrice che «al momento della riconsegna dei minori in comunità» racconta di «un clima assolutamente sereno, tanto che all’esito delle formalità li ritrovavano tutti fuori a fumare una sigaretta, scambiandosi battute di spirito, senza notare segni di violenza o dolorabilità agli arti». E, quindi, le foto su Facebook? «La testimone esclude categoricamente che il giovane si trovasse in quello stato al momento del suo recupero in caserma. La sola preoccupazione dei ragazzi sembrava lo stato della PlayStation». 

Le due richieste di archiviazione Per i pm «è del tutto indimostrata l’eziologia delle lesioni refertate e quindi la loro effettiva riconducibilità a condotte violente, attive od omissive dei carabinieri. Il fatto non sussiste». Lo conferma la Procura generale: «Le circostanze non inducono a formulare un’accusa in giudizio in quanto per un verso difettano riscontri testimoniali che accertino la presenza di segni sul volto del giovane al momento dell’abbandono della caserma e del suo rientro in comunità, evenienza negata dalle due operatrici; dall’altra, il riscontro documentale della certificazione medica del pronto soccorso è stata redatta a distanza di ore dall’episodio, per cui si potrebbe contestarne la diretta riferibilità a quanto denunciato». 

«Risposte confuse» All’esito delle richieste del gip Valerio D’Andria, che accogliendo l’opposizione dell’avvocato Donatella Donati ha ordinato l’imputazione per un carabiniere e altre indagini riguardo le lesioni subite dall’amico, è emerso che quest’ultimo, sentito in incidente probatorio, «ha risposto in maniera confusa e titubante, presentando importanti vuoti di memoria giustificati dal trascorrere del tempo e dallo stato di alterazione in cui versava quella sera, per aver fatto uso di stupefacenti e di qualche bevanda alcolica, e dovuti, verosimilmente, ai traumi psicologici subìti durante l’infanzia, che hanno anche determinato il ricorso a farmaci che possono dar luogo a difficoltà mnemoniche». Inizialmente erano quattro i carabinieri indagati (tutti difesi dall’avvocato Delfo Berretti): ne verrà processato solo uno, per volere del giudice ma non degli inquirenti. Per lui, nel recente passato, la pubblica accusa ha già sollecitato due volte l’archiviazione.

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