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mercoledì 8 dicembre - Aggiornato alle 10:43

Bimbo ucciso: «La mamma assassina fingeva di chiedere aiuto al supermercato»

Città della Pieve, tutte le accuse nelle carte del tribunale. Video, tracce, testimoni. E la messinscena della ferita al braccio

©Fabrizio Troccoli

di Enzo Beretta

«Non ci sono dubbi» a proposito del fatto che sia stata Erzsebet Katalin Bradacs a uccidere a Città della Pieve il figlioletto Alex Juhasz di appena due anni. Contro di lei ci sono le «immagini dei sistemi di videosorveglianza», le «tracce trovate nei pressi del rudere» e le «dichiarazioni dei testimoni», tutti elementi buoni a confermare che venerdì «la donna è sempre stata da sola con il bambino nei momenti precedenti e immediatamente successivi alla commissione dell’omicidio».

Non c’era nessun altro «Lo stato dei luoghi e la tempistica non consentono di individuare altre persone al momento dell’omicidio del piccolo Alex, oltre alla madre». Era «sola» la mattina quando è stata vista nel centro di Chiusi che spingeva il passeggino, era «sola» quando è stata ripresa dalle telecamere verso Po’ Bandino, era ancora «sola» mentre è stata vista «percorrere il sentiero che porta al rudere dove è avvenuto il delitto (fino alle 11.50)», «sempre sola, con il figlio in braccio, questa volta ferito e verosimilmente già privo di vita» quando «giunge nel supermercato» dove adagia il corpicino senza vita di Alex «sul rullo di una delle casse chiuse (intorno alle 15)». È quanto si legge nel provvedimento attraverso il quale il tribunale di Perugia ha convalidato il fermo della 44enne ungherese finita in cella con l’accusa di aver «cagionato la morte del figlio di poco più di due anni, attingendolo più volte al collo e al torace con un coltello, o comunque con un’arma da taglio».

IL SOSPETTO DEGLI INVESTIGATORI: ALEX UCCISO PER VENDETTA

Le indagini «Sono solo della Bradacs le tracce rinvenute nel campo davanti al Lidl e nei pressi del rudere dove, all’evidenza, è avvenuto l’omicidio del bambino». È stata lei ad abbandonare il passeggino, «chiuso e accantonato», vicino a «una scarpata in un terreno incolto». Ed è stata sempre lei a cambiare la magliettina al piccolo, «che era intrisa di sangue e con segni evidenti del ripetuto accoltellamento», «prima di portare il bambino al supermercato inscenando una richiesta di aiuto». Il giudice per le indagini preliminari Angela Avila scrive che «una messinscena sembra anche la ferita da taglio all’avambraccio sinistro della donna, che verosimilmente lei stessa si è provocata con la stessa arma usata per l’omicidio».

La foto inviata in Ungheria L’indagata, inoltre, «ha scattato una fotografia del figlio ferito con il cellulare, pieno di sangue sul volto, sui vestiti, sulla copertina su cui era stato adagiato e all’apparenza senza vita», un’immagine inviata «al figlio maggiore in Ungheria che l’ha subito girata al padre del bimbo». Tutto questo, per il gip, certifica «la presenza della donna al momento del fatto» ma anche «l’inverosimiglianza di un omicidio commesso da terzi estranei». E quel «coltello con la lama spezzata» sequestrato dai carabinieri nella borsa della straniera «verosimilmente pare essere proprio l’arma dell’efferato delitto».

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