di Marta Rosati

«Non abbiamo nessun timore di ulteriori indagini. Di fatto è come se Roberto Lo Giudice fosse indagato da 13 anni, pur essendo ufficialmente iscritto nel registro solo da due». Così l’avvocato Giorgio Colangeli del foro di Roma, che assieme al legale Cristiano Conte difende il marito di Barbara Corvi (misteriosamente scomparsa da Montecampano di Amelia all’età di 35 anni nel lontano 2009), dall’accusa di omicidio e occultamento di cadavere della moglie. È il commento reso a Umbria24 all’indomani dell’udienza che ha avuto luogo giovedì nel Tribunale di Terni. In quella sede, la Procura, arrivata con una richiesta di archiviazione, ha revocato questa istanza e sposato le argomentazioni dell’avvocato Giulio Vasaturo che rappresenta la famiglia Corvi e che ritiene indispensabile procedere in ulteriori indagini. Il Gip, Barbara di Giovannantonio, ha scelto di prendere tempo: attesa a giorni la decisione.

Caso Corvi Già dalla prima ora della scomparsa di Barbara, è il sospettato numero uno, lo dimostrano i sequestri, gli interrogatori durati anche otto ore. Per tutto questo tempo, e ancora oggi evidentemente, è considerato il colpevole che l’ha fatta franca. La richiesta della Procura di Terni, inaspettata, avanzata assieme alla famiglia della donna, non ci preoccupa affatto perché siamo sicuri che non porterà a niente, finirà in un binario morto. Riascoltare ad esempio il figlio della coppia per sapere come il padre spese i soldi ritirati in banca il giorno stesso della scomparsa di Barbara, a cosa può portare? L’accusa è che lo utilizzò per scopi personali quindi il movente del presunto omicidio sarebbe economico, ma è un’ipotesi già presa in considerazione, come quella del movente passionale per tradimento. Che poi Barbara abbia chiesto la pillola del giorno dopo per interrompere una possibile gravidanza da relazione extra-coniugale o meno, come può cambiare le cose al fine di provare i reati che l’accusa contesta a Lo Giudice di omicidio e occultamento di cadavere?». Questa la riflessione di Colangeli, dopo che un anno fa, a seguito di una ventina di giorni di custodia cautelare dietro le sbarre, il Riesame ha disposto la scarcerazione del proprio assistito e la Cassazione ha rigettato il conseguente ricorso del procuratore capo di Terni Alberto Liguori.

Revoca della richiesta di archiviazione ‘Non è possibile – avevano scritto i giudici del Riesame – affermare in termini di certezza che sia avvenuto un delitto e che Barbara Corvi sia effettivamente deceduta, in quanto nel corso delle indagini sono emersi elementi che consentono di ritenere ancora aperta la possibilità che si sia allontanata volontariamente’. Un paio di cartoline inviate da Firenze, ad esempio, firmate da Barbara, nelle quali i figli non avrebbero comunque riconosciuto la calligrafia della madre e confidenze che la donna avrebbe reso, nelle settimane precedenti la scomparsa, al proprio amante. A testimoniare contro Lo Giudice tre pentiti, tra i quali il fratello Nino e Federico Greve, ex marito della sua attuale compagna. Niente però che abbia portato a elementi di prova ritenuti sin qui sufficienti. «Indagare ancora – dice a questo proposito l’avocato Colangeli – significherebbe tenere ancora per mesi Robrto Lo Giudice ‘sulla graticola’ fino a distruggerlo completamente affinché non si liberi mai di questa storia e far soffrire ulterioremente l’indagato riteniamo sia un’ingiustizia». Dall’altra parte di sofferenza c’è però quella dei familiari di Barbara che da 13 anni vivono nella convinzione che sia morta ma di fatto non non accesso alla verità perché il giallo è irrisolto. E del resto non sorprende neppure che Roberto Lo Giudice, anche lui famiglia di Barbara essendo il marito, non sia altrettanto interessato a sapere della moglie. Il loro rapporto era logoro per via dell’adulterio e pure al netto di assenza di prove dell’omicidio, per stessa ammissione dell’avvocato Colangeli «il movente passionale resta, ma conferme su particolari come quello del farmaco per interrompere la gravidanza non porterebbero a nulla, saremmo al punto di partenza». ‘Non sussiste un grave quadro indiziario a carico dell’uomo, nei confronti del quale permangono meri sospetti, ma non elementi di prova suscettibili di comprovarne la responsabilità in relazione alla condotta omicidiaria contestata’ scriveva il Riesame nell’aprile del 2021. Il 49enne, che ancora oggi vive ad Amelia, si è sempre dichiarato innocente.

Tribunale di Terni Legato a questo caso, quanto avvenuto giovedì nel palazzo di giustizia ternano: il Tribunale di Terni ha impedito l’accesso di alcuni giornalisti nonché allontanato altri colleghi, mentre era in corso l’udienza preliminare a porte chiuse del procedimento legato alla scomparsa di Barbara Corvi. Secondo il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Umbria Mino Lorusso «si tratta di un atto di estrema gravità. Impedire l’accesso a una struttura pubblica (le telecamere sono soggette ad autorizzazione) – sostiene in una nota – significa impedire il diritto di cronaca e, con esso, il diritto a essere informati. È un atto lesivo nei confronti dei cittadini e della libertà, che contrasta con i contenuti della nostra Costituzione. Ancor più grave e preoccupante è che tale decisione giunga da chi è chiamato a garantire l’applicazione della legge, nel pieno rispetto delle regole su cui si fonda la nostra vita democratica. Per questo non ci limitiamo a stigmatizzare l’accaduto, ma intendiamo sottolineare il danno operato nei confronti dell’esercizio della giustizia stessa, della sua immagine e della sua credibilità. Per questa ragione, tenendo anche conto di quanto accaduto presso il Tribunale di Genova al processo del Ponte Morandi, ci rivolgeremo direttamente al Capo dello Stato – conclude Lorusso -, perché atti di tale gravitaà non si ripetano, né a Terni né altrove». Per la cronaca, l’udienza Lo Giudice fissata per le 10 e durata quattro ore (quando l’ultima seduta in Aula era calendarizzata per le 12) ha peraltro costretto numerosi avvocati a un’attesa fuori dall’ordinario risultata per i professionisti coinvolti piuttosto irritante.

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