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venerdì 21 gennaio - Aggiornato alle 21:54

Argirò: «Nessuno stupro in carcere, lo dicono le colleghe e le telecamere di sicurezza»

L’ex vicecomandante di Capanne interrogato dai giudici. ‘Sesso in cella a Perugia? Macché, con quella detenuta parlavamo del mutuo da pagare’

L'imputato Raffaele Argirò

di Enzo Beretta

«Mai fatto sesso con quell’ex detenuta che ha provato a incastrarmi trascinandomi a processo con l’accusa di stupro. Sono assolutamente innocente e insieme alle testimonianze delle telecamere ci sono le immagini delle telecamere di sicurezza a dimostrarlo». Così l’ex vicecomandante della polizia penitenziaria del carcere di Capanne, Raffaele Argirò (difeso dall’avvocato Daniela Paccoi), interrogato oggi dal tribunale collegiale di Perugia.

E’ un processo piuttosto lungo. I fatti contestati risalgono all’inizio del 2007, il rinvio a giudizio è del 2013. Come lo sta vivendo?
«Per fortuna ho il sostegno della mia famiglia».

Oggi ai giudici cosa ha detto?
«Che non è vero niente di ciò che sostiene quell’ex detenuta, sono calunnie. E quella telefonata che mi ha fatto quando era tornata in libertà aveva solo l’obiettivo di incastrarmi. Perché non ha registrato anche le altre quando mi chiamava per farmi gli auguri o per parlare di sua figlia?».

Torniamo a quella acquisita dal tribunale. In quale modo sarebbe stato incastrato?
«Mi ha detto che sarebbe tornata a Perugia per ritirare alcuni documenti da un avvocato che peraltro neanche conoscevo. Mi ha chiesto se le trovavo un albergo e io le ho consigliato di cercarlo su internet. Poi ha fatto un riferimento alle ‘emozioni’ da rivivere, io credevo a quelle di quando era reclusa e ci capitava di parlare».

Parlare, di cosa?
«Della posta che non riceveva, della bambina che non vedeva oppure del mutuo che non sapeva come pagare».

E’ sicuro di non averla mai neppure toccata? Nel capo di imputazione ci sono accuse infamanti e gravissime. Si parla di baci, palpeggiamenti nelle parti intime, violente masturbazioni, penetrazioni, rapporti orali, eiaculazioni. Tutti episodi avvenuti – è sempre l’accusa – approfittando dell’assenza del personale di guardia.
«Non è vero niente. Piuttosto, una volta aveva la zip della tuta aperta e l’ho richiamata. Mi diceva che si era rifatta il seno…».

Durante l’incidente probatorio la persona offesa ha parlato di un «rapporto schiava-padrone».
«Neppure lo sapevo… lei dica pure ciò che vuole, posso garantire che mi recavo da lei a parlare quando mi faceva chiamare. Ero il vicecomandante del carcere. Parole, soltanto parole, sempre attraverso il cancello chiuso. Davanti alle colleghe della polizia penitenziaria, che hanno testimoniato in questo processo, e all’occhio imparziale delle telecamere di videosorveglianza sempre accese».

Argirò, lei è diventato tristemente famoso anche perché Amanda Knox nel libro Waiting to be heard aveva detto: «Il secondino mi chiedeva con quanti ragazzi avevo fatto sesso, come mi piaceva farlo, se avessi voluto farlo con lui».
«Le cose non stanno così e due miei superiori lo hanno ripetuto in tribunale. Agli atti del fascicolo c’è anche un rapporto del comandante del reparto».

Ci sono riferimenti a «domande imbarazzanti dell’ispettore sulle sue abitudini sessuali» durante «la prima fase della carcerazione (novembre 2007)».
«Si dice anche che le dichiarazioni rese dalla detenuta, oltretutto con lo sguardo rivolto verso il basso, appaiono inverosimili e che la stessa non ha voluto verbalizzare quanto asserito dichiarandosi tranquilla e riferendo di non aver mai denunciato tali episodi perché da lei ridimensionati».

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