Il capo della squadra mobile Marco Chiacchiera ( foto archivio Troccoli)

di Francesca Marruco

Tutto quello che avrebbe dovuto dire per spiegare l’indagine conosciuta con il nome di  «Appaltopoli »ai giudici che presiedono il processo a carico di 43 imputati e cinque società, il capo della squadra mobile Marco Chiacchiera non ha potuto dirlo. Perché il succo di quello che secondo l’accusa era un malaffare continuo nella gestione e nell’assegnazione degli appalti della Provincia di Perugia sta nelle migliaia di conversazioni intercettate che sono state dichiarate inammissibili due udienze fa.

Domande ed eccezioni Il capo della mobile, all’epoca dell’indagine dirigente dello Sco di Perugia, risponde per ore alle domande del pubblico ministero Manuela Comodi. Ma ogni domanda solleva almeno un’eccezione da parte delle difese. Uno stillicidio estenuante che porta il presidente del collegio Daniele Cenci a proporre di procedere alla deposizione seguendo il filo logico dei capi di imputazione e dire per ognuno di questi, quali indizi o altre elementi di riscontro esistono  al di là delle intercettazioni a cui non si può minimamente fare riferimento.

L’interrogatorio di Mariotti L’accusa ci prova a ricostruire quello che per gli inquirenti era diventato nitido in mesi di intercettazioni e riscontri sul campo. Ci sono alcuni incontri visti dai poliziotti a ridosso delle gare d’appalto. Incontri in cui personaggi chiave dell’inchiesta si vedevano e parlavano. Il pubblico ministero Manuela Comodi ha anche chiesto ai giudici di poter dare lettura in aula dell’interrogatorio di  Gino Mariotti, l’imprenditore imputato che poi si è suicidato, che aveva reso durante le indagini e che le difese volevano venisse escluso. In quelle dichiarazioni Mariotti confessava di aver dato 10 mila euro a Maraziti per un appalto della Provincia di Perugia. Ma i giudici, sentite anche le difese che hanno sollevato un muro di eccezioni, hanno deciso per l’acquisizione, ma non per la lettura in aula. Almeno non in questa udienza.

Atti di indagine inammissibili Nel pomeriggio poi le difese hanno chiesto che alcuni atti di indagine venissero dichiarati inammissibili perché per loro eseguiti dopo la scadenza dei termini. Una richiesta che ha portato i tre giudici in camera di consiglio per più di un’ora. I ragionamenti di accusa e difesa sono come sempre opposti: per gli avvocati, tra cui Nicola Di Mario, Francesco Falcinelli, Franco Libori, Giovanni Dean, Luciano Ghirga e Valeriano Tascini, i termini per le indagini preliminari scadevano dal momento della prima iscrizione nel registro degli indagati degli indagati stessi. Il pm sostiene invece che decorrevano dal momento in cui veniva verificata l’esistenza di un reato. E di reati, per cui gli imputati sono stati indagati ce ne sono molti, come testimonia il corposo capo d’imputazione.  Diverse interpretazioni a cui i giudici daranno una risposta solo dopo che il pm avrà prodotto le prime e le successive iscrizioni nel registro degli indagati per gli imputati.

Accusa in salita Molti tecnicismi che da fuori fanno percepire una strada tutta in salita per l’accusa che, orfana di centinaia di migliaia di ore di conversazione, si trova con molto meno materiale in mano per sostenere le sue tesi.  I giudici avevano escluso le intercettazioni perché le prime, disposte d’urgenza,  derivavano da un esposto anonimo in cui un uomo poteva essere stato calunniato( Gino Mariotti), mentre le successive, quelle ammesse dal gip Ricciarelli, per motivazione carente. Quelle intercettazioni erano anche passate al vaglio della Cassazione che le aveva accolte.

Accuse Per l’accusa e per il gup che rinviò a giudizio gli imputati esisteva un «comitato d’affari» composto da imprenditori umbri e dirigenti della Provincia: Lupini Massimo, Carini Carlo, Mariotti Gino, Piselli Paolo, Bico Dino, Maraziti Adriano, Patumi Fabio e Maria Antonietta Barbieri che pilotava e decideva chi doveva aggiudicarsi gli appalti e chi invece no.  «Il Lupini  – scriveva il pubblico ministero Manuela Comodi – gestiva con la Barbieri e i suoi superiori Maraziti e Patumi, l’assegnazione dei lavori pubblici gestiti dalla Provincia, indicando di volta in volta le imprese da invitare alla gara(…) che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso, e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte. Per poi raccogliere presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti».

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