I carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale di Perugia, nel corso delle attività di controllo dei mercatini antiquari che si svolgono periodicamente sul territorio delle Regione Umbria, finalizzate ad individuare e recuperare beni culturali d’illecita provenienza, hanno sequestrato, al banco di un ambulante hobbista frequentatore del mercato antiquario di Città di Castello, un nucleo di sessanta antiche monete risalenti ad epoca romana e medievale provenienti da scavo clandestino.
L’operazione I militari hanno notato l’ambulante estrarre da sotto il banco di vendita un contenitore che, con fare circospetto, ha poi mostrato ad un avventore particolarmente interessato a verificarne il contenuto. Ai carabinieri che stavano osservando la “trattativa” non è sfuggito lo strano comportamento ed avvicinatisi hanno realizzato che quelli che venivano mostrati non erano oggetti comuni ma monete antiche con ancora presenti le classiche concrezioni di terra spesso presenti su oggetti provenienti da scavo clandestino. L’intervento dei militari ha posto fine alla contrattazione e all’ambulante, un sessantasettenne aretino, è stato chiesto se era in grado di poter dimostrare la lecita provenienza del materiale numismatico purtroppo per lui senza esito.
Cosa rischia Come spesso accade in simili circostanze, i beni sono stati sequestrati e per il possessore è scattata la relativa denuncia. Sotto il profilo giuridico il “Codice dei beni culturali e del paesaggio” (D.Lgs. 42/2004) è molto chiaro in merito prevedendo specifiche ipotesi di reato infatti, per quanto attiene le “Violazioni in materia di ricerche archeologiche”, sancisce che non si possono effettuare ricerche di materiali d’archeologia senza le prescritte autorizzazioni rilasciate dal MiBACT e che all’atto del ritrovamento (anche fortuito) di un qualsiasi manufatto di natura archeologica, vi è l’obbligo di comunicarlo alle Autorità entro le ventiquattro ore successive. L’altra ipotesi, ovvero ‘L’impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo stato’, prevede sanzioni nei confronti di coloro che, pur non effettuando ricerche in modo diretto, all’atto del rinvenimento di beni culturali di natura archeologica se ne appropriano indebitamente; per chi invece fa consapevolmente commercio di beni d’illecita provenienza, il reato che si configura a suo carico è quello ben più grave della “ricettazione”.
