di Francesca Marruco
Cosa dirà Amanda ai giudici della corte d’assise d’appello di Perugia prima che si ritireranno in consiglio per decidere del suo destino lo scopriremo intorno alla fine del mese. Che la giovane americana ha intenzione di parlare ai giudici che dovranno decidere se condannarla o assolverla per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher, lo ha riferito ieri uno dei suoi avvocati Luciano Ghirga dopo essere stato a farle visita in carcere. Che la bella Amanda avesse questa intenzione era ben intuibile. «È ansiosa e speranzosa per queste ultime battute del processo – ha detto l’avvocato Ghirga uscito dal carcere – ma aspetta con molto rispetto la decisione dei giudici». L’ultima volta che Amanda aveva preso la parola in aula era stato dopo la deposizione in cui Rudy Hermann Guede, il ragazzo ivoriano condannato per l’omicidio di Meredith Kercher a 16 anni di reclusione con sentenza passata in giudicato, aveva detto, non senza giri di parole, che i responsabili di quell’omicidio erano solo Amanda e Raffaele. «Sono choccata e angosciata dalle dichiarazioni di Rudy Guede, lui sa che non c’eravamo, sa che non c’entriamo, sa che siamo innocenti», aveva detto la Knox dopo la deposizione in aula di Rudy. «Le sole volte in cui noi tre siamo stati tutti insieme- aveva aggiunto – è stato in un’aula di tribunale. Mi dispiace di non potergli dire che gli sbagli si rimediano dicendo la verità».
Le dichiarazioni dello scorso novembre in aula Anche nello scorso novembre, alle prime battute del processo di secondo, grado Amanda aveva preso la parola dicendo di dover dire «delle cose che forse avrebbe dovuto dire prima». «Alla famiglia di Meredith- aveva affermato con voce rotta dalle lacrime – voglio dire che mi dispiace molto che lei non c’è più. È inconcepibile quello che avete subito voi e lei, non è giusto. Ogni giorno la ricordo, il mio cuore è spezzato. Non siete soli quando pensate a lei». Ma «io sono innocente, Raffaele è innocente. Non abbiamo ucciso Meredith. Stiamo pagando con la nostra vita per un crimine che non abbiamo commesso». «È stato commesso un errore – aveva aggiunto – e nessuna giustizia sarà resa a Meredith condannando noi che non c’entriamo niente. Nessuna giustizia è compiuta togliendoci le nostre vite». Amanda aveva anche detto di essersi affidata alle autorità di indagine «perché – aveva specificato -volevo aiutare a rendere giustizia a Meredith».
Il diario che aveva scritto in carcere «Sto scrivendo questo diario perché voglio ricordare. Voglio ricordare perchè questa è un’esperienza che non tante persone avranno mai. Non sto dicendo che sia felice che tutto ciò che è successo sia successo. Se fosse stato per me la mia amica non sarebbe mai stata uccisa e noi tutti vivremmo ancora insieme a casa nostra», erano le prime frasi di ‘My Prison’, il memoriale che Amanda Knox scrisse nel primo mese di detenzione nel carcere perugino di Capanne nel novembre 2007. «Voglio ricordare anche come mi sono ricordata di ogni cosa che era accaduta quella notte (dell’omicidio di Meredith, ndr) – scriveva ancora- Mi trovavo nella mia cella a pensare e pensare nella speranza di ricordare, nella speranza di aver fatto la cosa giusta, preoccupata che forse la polizia aveva ragione, forse avevo visto la morte di Meredith e forse io ero realmente confusa e non ero in grado di ricordare una cosa così tragica. Ma non è così». «So di non essere sospettata dell’omicidio perchè Meredith è stata violentata e uccisa ma la polizia vuole pensare che io sia coinvolta. Con ogni probabilità grideranno ancora contro di me e mi diranno che sono una bugiarda e sto cercando di proteggere qualcuno. Ma per lo meno adesso so che non è vero. Ricordo ciò che ho fatto quella notte e non c’è modo che possano dimostrare che ero lì e specialmente che ero nella stanza di Meredith perchè è impossibile. Mi hanno mentito quando hanno detto che sapevano che io ero a casa. Non ero a casa e quindi non possono provarlo. Sono irritata che mi abbiano mentito rispetto a questo. Pensano che io sia coinvolta ed è triste perchè significa che non hanno ancora idea di ciò che è accaduto. Non sanno chi ha ucciso la mia amica».
Il memoriale scritto in questura dopo l’arresto Ma Amanda i suoi pensieri li aveva già messi nero su bianco in un altro memoriale di 3 pagine e mezzo scritte in inglese il 6 novembre 2007 mentre si trovava in questura . Scriveva «Chi è il vero assassino? Questo è particolarmente importante perchènon credo che io possa essere usata, in questo caso, come testimone che condanna». E aggiungeva «C’è una cosa che dentro di me penso sia vera, ma c’è anche un’altra possibilità che potrebbe essere vera e, onestamente, non posso dire con certezza quale sia quella giusta. Sto cercando veramente di farlo perchèho paura per me stessa. So di non aver ucciso Meredith. Questo è quello che so per certo». «Nei flashback che sto avendo – affermava ancora Amanda- vedo Patrick (Lumumba, che aveva accusato la Knox in un primo momento, poi scagionato, ndr) come l’assassino, ma il modo in cui la verità appare nella mia mente non c’è modo per me di appurarla, perchè non ricordo con certezza se io fossi a casa mia quella notte» e si chiedeva: «le domande che necessitano di una risposta, almeno per quello che penso io, sono: perchè Raffaele ha mentito (oppure, per voi) Raffaele ha mentito? Perchè penso a Patrick? È affidabile la prova che io mi trovavo a quell’ora nel luogo del crimine? Se così è, che cosa dire dei miei ricordi? Sono affidabili? Ci sono prove che condannano Patrick o un’altra persona?»
Le domande su Raffaele E ancora su Raffaele scriveva: «Il mio ragazzo mi accusa di aver detto cose che io so che non sono vere. So di avergli detto che non dovevo lavorare quella notte. Ricordo quel momento molto chiaramente. Non gli ho mai chiesto di mentire per me. Questa è veramente una bugia». «Ciò che non comprendo – scrive – è perchè Raffaele, che è stato sempre così premuroso e gentile con me, dovrebbe mentire riguardo a questo. Che cosa ha Raffaele da nascondere? Non penso che abbia ucciso Meredith, ma penso che sia spaventato come me. Si è trovato in una situazione in cui non avrebbe mai pensato di trovarsi e forse sta tentando di trovare una via d’uscita prendendo le distante da me. Onestamente capisco che questa sia una situazione spaventosa». I fiumi di parole di Amanda nelle primissime fasi dell’indagine non l’avevano aiutata, anzi erano state usate contro di lei perché apparivano come versioni discordanti. Ora le resta solo un’ultima possibilità con cui potrebbe giocarsi il suo ritorno alla vita.

