di Enzo Beretta
Non riusciva ad avere figli dalla moglie e per questa ragione il suo matrimonio soffriva una forte crisi. In più aveva perso il lavoro. Così un operaio umbro «alla ricerca di una via di fuga e di una distrazione dai problemi» ha risposto ad un annuncio pubblicato su Cerco&Trovo. La situazione è peggiorata: dopo quattro mesi trascorsi al telefono con l’inserzionista e qualche incontro, prima al parco e poi a casa, la donna gli ha fatto credere di essere rimasta incinta. Sono arrivate pure le minacce: «Non porto a termine la gravidanza se non vai all’ufficio anagrafe del Comune a riconoscere mia figlia di quattro anni».
All’anagrafe: «Quella bimba è mia figlia» Su questa strana storia la Procura di Perugia ha voluto vederci chiaro e nei giorni scorsi il pm Mara Pucci ha chiuso le indagini contestando alla donna l’articolo 611 del Codice penale: violenza o minaccia per costringere a commettere un reato. Secondo il magistrato la donna (difesa dall’avvocato Katia Mariotti) ha approfittato della debolezza psicologica della persona offesa, in crisi depressiva, instaurando con lui un’apparente relazione affettiva. Dello stesso reato è accusato l’ex compagno della madre di lei, ritenuto responsabile di aver offeso l’operaio. Quest’ultimo, in denuncia, ha spiegato che la donna ha utilizzato ogni mezzo per convincerlo a riconoscere quella bambina, non sua, portandolo allo «sfinimento» e minacciandolo di non fargli vedere la piccola (che neppure sarebbe mai nata). La dichiarazione resa in Comune, vissuta all’epoca come una «liberazione», è stata disconosciuta. Secondo quanto si è appreso la donna era anche riuscita a convincere il perugino ad affittare un appartamento in cui sarebbe andata successivamente a vivere con la propria figlia (falsamente riconosciuta) e l’ex compagno della madre. «Hanno approfittato della mia ingenuità e della mia debolezza – ha spiegato l’operaio -. Tra quei due c’era una relazione sentimentale. Soltanto dopo mi ha confessato che non era mai rimasta incinta di me».
La difesa: «Ma era un rapporto paterno» Nei giorni scorsi l’avvocato Katia Mariotti ha depositato in Procura una memoria difensiva in cui è spiegato che la persona offesa aveva perfino regalato un anello di fidanzamento alla sua cliente nel tentativo di convincerla a sposarsi. Considerato il «rapporto paterno» che nel tempo si era creato con la figlia della donna – è la versione difensiva – il riconoscimento della bimba all’anagrafe era l’unico modo per dimostrare un tradimento e ottenere la separazione dalla moglie.
