di Fra. Mar.
«Se vieni a casa mia ti porto sul letto, ti faccio impazzire», scriveva la professoressa di Todi rinviata a giudizio per violenza sessuale per aver «compiuto atti sessuali con … minore degli anni quattordici e alla stessa affidato per motivi di istruzione consistiti nello scambio di più baci sulla bocca, palpeggiamento dei suoi genitali da sopra i pantaloni conducendo altresì la mano del minore sul proprio seno all’interno degli indumenti».
Al via il processo Per lei lunedì 16 aprile è iniziato il processo subito rinviato all’11 febbraio del 2013. Intanto però l’ex alunno, tramite il padre che ne esercita la patria potestà, si è costituito parte civile con l’avvocato Gabriele Binaglia. In udienza preliminare la famiglia del 13enne aveva chiesto in tutto 100 mila euro di risarcimento alla docente di italiano accusata di aver molestato un suo alunno.
350 messaggini Agli atti ci sono le quasi 250 telefonate che secondo i tabulati telefonici, sarebbero partire dal telefono cellulare della donna dirette a quello del ragazzino. Quasi 250 telefonate da dicembre 2009 a febbraio 2010. Fatte di giorno e di notte. E intorno ai 350 messaggi. Messaggi con testi anche molto spinti tipo: «Ti amo tanto, sei il mio topolino, sono molto gelosa di te e degli altri ragazzini a scuola non mi interessa niente».
Il diario Tra le carte dell’accusa ci sono anche le copie delle pagine di diario del ragazzo in cui la professoressa scriveva dei messaggi, chiamando l’alunno «topino». Anche i compagni di classe del ragazzino si sarebbero resi conto di quanto stava accadendo, gli avrebbero anche fatto notare, che la prof era troppo grande per lui. In particolar modo ad una cena di classe prima di natale 2009, in cui si sarebbero tenuti per mano davanti a tutti. Anche i genitori si erano lamentati dell’abbigliamento troppo provocante della donna e dei suoi modi, troppo affettuosi verso gli alunni maschi.
La difesa Lei, difesa dagli avvocati Diana Iraci e Luca Patalini, ha sempre negato di aver avuto qualsivoglia relazione con il minore in questione, ha sostenuto di aver risposto ai suoi messaggi e alle sue telefonate perché era lui che «le dava il tormento». Secondo un interrogatorio che lei aveva voluto rendere spontaneamente, si sarebbe limitata a qualche carezza sulla testa o a qualche pacca sulla spalla, per incoraggiarlo, anche perché secondo quanto riferito dalla donna, era ripetente.

