Dall’Italia al Congo, passando per Ucraina e Argentina. È il viaggio di Francesco De Augustinis, regista umbro di Spoleto, che con il documentario How to feed the planet (Come nutrire il pianeta, ndr.) firma il capitolo finale del suo progetto indipendente One Earth, avviato nel 2019. Il documentario sarà presentato in anteprima sabato 11 aprile al Nuovo Cinema Aquila di Roma, nell’ambito del Festival delle Terre, rassegna del documentario indipendente su agroecologia, ambiente e diritti organizzata dal Centro internazionale Crocevia.

Il documentario punta a mettere in discussione i grandi dogmi dell’industria alimentare, uno su tutti la dieta mediterranea – ridotta secondo il film a «strumento di marketing per promuovere esportazioni e influenzare normative europee» – e che porta alla luce il ruolo sottovalutato delle risorse alimentari nell’innescare alcuni tra i più grandi conflitti contemporanei.

Il film affronta una domanda scomoda: come sfamare dieci miliardi di persone nel 2050 senza distruggere ecosistemi e portare altre popolazioni alla rovina? E soprattutto: aumentare la produzione alimentare è davvero la risposta giusta? Il viaggio parte dal Cilento – dove Ancel Keys codificò la dieta mediterranea nel secondo dopoguerra – per arrivare fino a Boston, mostrando come i suoi principi originali siano alla base di un modello alimentare alternativo che dà il titolo al documentario.

Ma il film non parla solo di cibo, ma anche – e soprattutto – di geopolitica. De Augustinis porta infatti il pubblico in Ucraina, diventata il granaio d’Europa e teatro di un conflitto in cui la dimensione agricola è tutt’altro che secondaria. Poi si va in Argentina, dove le comunità rurali resistono all’avanzata dell’industria della soia, e nella Repubblica democratica del Congo, dove gli interessi dell’agribusiness si intrecciano con una crisi alimentare cronica. «C’è un collegamento tra la guerra e la produzione agricola – dice nel film Simplex Malembe, portavoce dell’associazione congolese Conapac – Le risorse minerarie sono la base, ma vediamo sempre più che anche le zone agricole più produttive sono motivo di conflitto».

«Possiamo continuare a consumare un numero eccessivo di risorse – dice il regista – il che oggi significa legittimare un sistema basato sullo sfruttamento e sulla sopraffazione, ma domani significherà assistere a un numero sempre maggiore di conflitti. Oppure possiamo riconoscere cosa non ha funzionato e rimboccarci le maniche. Questa è una scelta politica che siamo chiamati a fare oggi per decidere tra un futuro di pace e prosperità o un futuro di guerre».

Dopo la proiezione delle 21, è previsto il dibattito con il regista e i giornalisti ambientali Stefano Liberti e Francesco Paniè, moderato da Monica Di Sisto.

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