Di Sara Calini
Di cosa ha bisogno la comunità umbra? Ma soprattutto, la Regione riesce a darglielo? Ha provato a trovare una risposta l’indagine dell’agenzia Umbria ricerche (Aur) che ha messo in fila criticità e opportunità del welfare in Umbria in tutte le sue dodici zone sociali.
Cortocircuito «Testimonianze e resoconti vengono presi in considerazione dalle istituzioni» ma troppo spesso rimangono «sospese perché quest’ultime sono prese dalla gestione quotidiana delle emergenze». Un tema cruciale quello della comprensione del fabbisogno territoriale: se da un lato le informazioni arrivano costantemente da parte dei servizi sociali e sanitari, dall’altro sono gli operatori stessi a testimoniare una «frammentarietà» nella lettura dei bisogni; tante informazioni ma nessuna d’insieme. Se a queste criticità si affianca «l’incapacità di stare al passo» con i bisogni emergenti del post-pandemia come nuove povertà, crescente solitudine – soprattutto tra gli anziani -, aumento del disagio giovanile e problemi nella salute mentale, ancora c’è da lavorare.
No fondi e no personale Al di là delle «carenze di regia» della governance locale il problema della frammentazione è anche a livello di risorse e finanziamenti; «fondi a spot utili per innovare, ma incapaci di garantire continuità»; le risorse che vengono utilizzate arrivano infatti spesso «da mille fondi diversi» e con il rischio continuo che vengano interrotti. Ma c’è un altro tipo di ‘risorse’ che mancano e pesano: si tratta di quelle umane come Oss, educatori e personale socio-sanitario. Tra i motivi, stando al rapporto, ci sono gli «stipendi troppo bassi per un lavoro così impegnativo».
Un welfare che funziona Si parla però anche di opportunità delle politiche sociali, anche se sono «meno rispetto alle criticità». Una di questa è la grande ricchezza associativa che presenta la regione tra volontari, no profit e pubblico che collaborano per offrire quei servizi «storici» e mantenerli di alto livello. «L’amministrazione condivisa» poi si aggiunge alla lista con segno ‘più’, con il pubblico e il terzo settore che collabora per rispondere alle esigenze dei cittadini quando le istituzioni non «sono in grado di dare una risposta».
Sguardo sul futuro Aspettative molto alte quindi per il nuovo Piano sociale regionale, atteso nel più breve tempo possibile. Si chiedono «indirizzi chiari, più coinvolgimento del pubblico e stabilità delle risorse economiche». Si vogliono, in altre parole, risposte a quelle criticità individuate in precedenza. A queste si aggiungono però anche due elementi nuovi che non erano stati individuati come problematici: «focus sull’individuo e dal basso».
Un punto sul metodo Le domande su «capacità del territorio di interpretare i bisogni sociali», sulle criticità e opportunità concrete e «cosa si aspettano i territori da un nuovo piano sociale regionale» sono state poste a gruppi di categoria (ndr assessori, dirigenti di area sociale e rappresentanti di cooperative e associazioni) in presenza e online per un totale di 33 intervistati.
