Un effetto inatteso dei vaccini anti-Covid a mRNA apre una prospettiva nuova nella ricerca oncologica. Secondo un’analisi condotta su oltre mille cartelle cliniche di pazienti con tumore al polmone o alla pelle, chi ha ricevuto il vaccino entro 100 giorni dall’inizio dell’immunoterapia ha vissuto significativamente più a lungo rispetto a chi non lo ha fatto. Lo rivela uno studio presentato il 19 ottobre 2025 al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo) di Berlino e riportato da Focus, basato su una ricerca condotta dalle università della Florida e del Texas.
I ricercatori, guidati dallo scienziato Elias Sayour dell’Università della Florida, hanno osservato che i vaccini a mRNA — gli stessi usati nella pandemia per contrastare il SARS-CoV-2 — potrebbero «risvegliare» il sistema immunitario anche in presenza di un tumore. Lo studio ha riguardato pazienti trattati al MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas tra il 2019 e il 2023, affetti da cancro del polmone non a piccole cellule o melanoma metastatico di stadio 3 o 4.
Nei malati di tumore al polmone che avevano ricevuto il vaccino anti-Covid vicino all’inizio dell’immunoterapia, la sopravvivenza mediana è passata da 20,6 mesi a 37,3 mesi, quasi il doppio. Nei pazienti con melanoma, la durata mediana di vita è aumentata da 26,7 mesi a un intervallo compreso tra 30 e 40 mesi. Al contrario, altri vaccini comunemente somministrati a pazienti oncologici — come quelli contro l’influenza o la polmonite — non hanno mostrato alcun effetto sull’aspettativa di vita.
Secondo Sayour, «quando si somministra un vaccino a mRNA, esso agisce come un’ondata che sposta le cellule immunitarie dalle aree dove non servono, come il tumore, verso quelle dove sono utili, come i linfonodi». Questo movimento attiverebbe una risposta immunitaria più efficace contro le cellule malate, aumentando la sensibilità del tumore alle cure.
Lo studio, per ora osservazionale, non stabilisce un rapporto di causa-effetto certo. Sarà necessario un trial clinico randomizzato, già previsto entro la fine del 2025, in cui i pazienti saranno assegnati in modo casuale ai diversi gruppi di trattamento. Se confermata, la scoperta potrebbe aprire la strada a una nuova generazione di vaccini a mRNA universali capaci di potenziare le terapie immunitarie esistenti e di prolungare la sopravvivenza dei pazienti oncologici.
«Potremmo creare una chiave universale sotto forma di vaccino a mRNA, che risvegli la risposta immunitaria in tutti i malati di cancro?», si chiede Sayour su Focus. La prospettiva resta prudente, perché la stimolazione eccessiva del sistema immunitario può comportare rischi: solo nuovi studi controllati potranno definire con sicurezza il bilanciamento tra benefici e potenziali effetti avversi.
In Italia, i vaccini a mRNA hanno coinvolto oltre 48 milioni di persone durante la pandemia (dati Istituto superiore di sanità, 2024). Le infrastrutture e le competenze sviluppate in quella fase — dai laboratori di produzione agli hub ospedalieri — costituiscono oggi una base preziosa per la ricerca oncologica di nuova generazione.
Alcuni centri italiani, come l’Istituto europeo di oncologia di Milano e l’ospedale Regina Elena di Roma, stanno già partecipando a sperimentazioni su vaccini personalizzati contro il melanoma e i tumori del pancreas, basati su piattaforme a mRNA analoghe a quelle anti-Covid. L’obiettivo è sfruttare la flessibilità di questa tecnologia per generare vaccini su misura, adattati al profilo genetico del tumore di ciascun paziente.
Sebbene non esista un dato preciso che separi le somministrazioni dei vaccini a mRNA da quelle di altri tipi, è possibile stimare che la maggior parte delle dosi somministrate in Umbria siano state di questo tipo. Ad esempio, al 11 maggio 2021, su un totale di 373.317 dosi somministrate, circa il 95% era Pfizer, a cui si aggiungevano le dosi di Moderna. Questo suggerisce che oltre 355.000 dosi fossero vaccini a mRNA, senza contare eventuali piccole quote di altre tipologie di vaccini somministrati nello stesso periodo.
In Umbria non sono attualmente attivi studi clinici specifici sui vaccini oncologici a mRNA, ma la regione dispone di un sistema sanitario e universitario con competenze rilevanti nel campo dell’oncologia e dell’immunologia. L’azienda ospedaliera di Perugia, ad esempio, è tra i centri che partecipano a protocolli nazionali di immunoterapia per il melanoma e per i tumori polmonari avanzati, mentre il dipartimento di Medicina e chirurgia dell’università di Perugia collabora da anni con l’Istituto superiore di sanità su progetti legati ai meccanismi di risposta immunitaria.
In prospettiva, la presenza di laboratori di biotecnologia e di un polo ospedaliero integrato potrebbe consentire anche all’Umbria di entrare nella rete nazionale di ricerca sui vaccini a mRNA terapeutici, qualora il nuovo filone scientifico — oggi ancora sperimentale — trovasse conferma clinica. La scoperta illustrata al congresso Esmo rappresenta, al momento, un punto di partenza. Se i dati saranno confermati, il vaccino a mRNA potrebbe diventare non solo uno strumento di prevenzione, ma anche un alleato terapeutico per chi affronta un tumore.
Come sottolinea Focus, «il reclutamento del sistema immunitario contro i tumori pone anche dei rischi», ma l’idea che una tecnologia nata in risposta a una pandemia possa oggi offrire nuove armi contro il cancro «merita di essere esplorata con prudenza, ma senza pregiudizi».
