Contrariamente a quanto accade, in generale nel mondo, in Italia le foreste vivono un periodo di buona salute. L’Umbria, è la regione, che più di ogni altra, si avvantaggia di questa positiva tendenza, non fosse per il fatto che è l’area del paese con la più vasta presenza di boschi in rapporto alle dimensioni del territorio. Se in Italia le foreste coprono un terzo del territorio, in Umbria, la metà.
La nostra regione ha una superficie forestale totale di 413.956 ettari, (altra superficie territoriale di 431.648 ettari), rispetto a una superficie territoriale regionale di 845.604 ettari.
Nel mondo come nelle nazioni notoriamente forestale d’Europa la superficie coperta da foreste è di circa il 31%, come in Germania e in Svizzera. L’Italia ha una presenza maggiore, ovvero pari al 37% della sua superficie. Nel mondo le foreste si estendono su 4,1 miliardi di ettari, perdendo dal 1990 a oggi si sono perso 178 milioni di ettari di foreste, ovvero un calo del 4,2%. In Italia, invece, dal secondo dopoguerra si è passati da 5,6 a 11,1 milioni di ettari di superficie boschiva, crescendo del doppio doppio.
L’abbandono di molte aree montane e collinari, visto ancora in tanti contesti come un fenomeno negativo, può permettere l’aumento della naturalità di certe foreste, grazie alla riattivazione di processi naturali di lungo periodo. Questo fenomeno, definito nella letteratura scientifica come rewilding, rappresenta una delle forme più efficaci di nature-based solutions per ripristinare processi ecologici fondamentali e ricostituire ecosistemi funzionanti (Pörtner et al., 2021).
Lo scorso 27 febbraio, il Parlamento Europeo ha approvato la legge sul ripristino della natura, cosiddetto Nature restoration law, segnando un passo importante per la protezione e il ripristino degli ecosistemi europei.
La nuova legge ha l’obiettivo di contribuire al conseguimento degli impegni internazionali dell’Ue, in particolare quelli indicati nel quadro globale sulla biodiversità delle Nazioni Unite di Kunming-Montreal.
La Legge è innovativa perché per la prima volta non disciplina solo la protezione delle aree naturali più importanti, ma introduce norme per ripristinare la natura dove è già degradata. Il regolamento stabilisce obiettivi e obblighi specifici e giuridicamente vincolanti per il ripristino della natura in determinati ecosistemi, dai terreni agricoli e foreste agli ecosistemi marini, d’acqua dolce e urbani. Il 30 per cento di ogni ecosistema attualmente coperto dalle direttive sugli habitat dovrà essere oggetto di misure di ripristino entro il 2030, il 60 per cento entro il 2040 e il 90 per cento entro il 2050. I paesi dell’UE dovranno garantire che le zone ripristinate non tornino a deteriorarsi in modo significativo. Inoltre, dovranno adottare, entro due anni dall’approvazione della legge, propri piani nazionali di ripristino che indichino nel dettaglio gli strumenti (anche finanziari) e i metodi che intendono mettere in campo per raggiungere gli obiettivi del Regolamento.
Per migliorare la biodiversità negli ecosistemi agricoli i Paesi dell’UE dovranno registrare progressi in due di questi tre indicatori: indice delle farfalle tipiche dei prati e dei pascoli e uccelli tipici delle aree agricole; percentuale di superficie agricola con elementi caratteristici del paesaggio con elevata diversità; aumento dello stock di carbonio organico nei terreni minerali coltivati.
Dovranno anche adottare misure per migliorare l’indice dell’avifauna comune, dato che gli uccelli sono un buon indicatore dello stato di salute generale della biodiversità.
La legge impone anche di registrare una tendenza positiva in diversi indicatori che riguardano gli ecosistemi forestali e di piantare tre miliardi di nuovi alberi.
