di Daniele Bovi
Segui @DanieleBovi
In questi anni di dura crisi economica le famiglie umbre considerate in «grave deprivazione materiale» sono passate, specialmente a causa del potere d’acquisto, dal 3,3% del 2007 al 6,4% del 2011, l’1% in più rispetto al 2010. E’ uno dei dati che emerge dal Rapporto sul Benessere equo e sostenibile realizzato dall’Istat e dal Cnel presentato lunedì a Monteciorio alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Nei cinque anni presi in considerazione quindi sono in pratica raddoppiate quelle famiglie che hanno lamentato almeno quattro problemi su nove tra impossibilità di far fronte a spese impreviste, pagamenti arretrati, un pasto adeguato ogni due giorni, l’acquisto di una tv, di una lavatrice di un’auto o che non sono nelle possibilità di permettersi una settimana di ferie all’anno. Le famiglie a rischio povertà invece sono il 13,3%, in crescita rispetto all’anno precedente (+1,2%) ma meno del livello medio del Paese (19,6%).
Diseguaglianza Tra il 2010 e il 2011 poi è tornato a salire, da 3,9 a 4,1 dopo anni di leggero calo (era 4,8 nel 2007), l’«indice di disuguaglianza economica», ovvero il rapporto tra quanto posseduto dal 20% più ricco della popolazione e il 20% più povero che in Italia si attesta a 5,6. Un numero che sta a significare che il 20% più ricco della popolazione umbra percepisce un ammontare di reddito più elevato del 4,1% rispetto al 20% più povero. Valori al di sopra della media europea e più vicini a quelli di paesi come Irlanda e Regno Unito. Diminuisce invece, dal 4 al 3,6% del 2011 la quota di quelle famiglie dove nessuno lavora o percepisce una pensione. E guardando al futuro gli umbri non sembrano prevedere nulla di buono, almeno a breve: solo il 28% infatti ritiene che le cose miglioreranno nei prossimi cinque anni, anche se il 44% da un voto tra l’8 e il 10 alla propria vita e il 18% si dice soddisfatto del proprio tempo libero.
Il lavoro Strettamente connesso al tema del reddito c’è ovviamente quello del lavoro. La disoccupazione, come certificato proprio dall’Istat nei giorni scorsi, si è attestata in Umbria al livello record dell’11,4%, mentre come emerge dal rapporto presentato lunedì il tasso di occupazione tra 20 e 64 anni è sceso di tre punti (da 69,5 a 66,6%) dal 2008 al 2011. Sostanzialmente invariata invece, dal 2005 al 2010, la percentuale (uno su quattro) di infortuni mortali o che hanno come conseguenza l’inabilità permanente. Un lavoratore umbro su dieci poi (erano l’8,7% nel 2008) alla fine del mese porta a casa una paga bassa ma il divario tra donne (15%) e uomini (6%) è enorme. Infine, benché siano in numero inferiore alla media nazionale (22,7%) crescono anche in Umbria i cosiddetti «Neet», ovvero quei giovani che non studiano e non lavorano: dal 12,1% del 2007 al 15,8% del 2011.
Sfiducia Una crisi non solo economica ma anche di sfiducia verso le istituzioni. In questo quadro infatti il giudizio degli umbri sulla politica e sul governo locale sembra essere molto negativo. Solo il 3,5% ha infatti fiducia nel parlamento, percentuale che si abbassa nel 2012 al 2,4% per quanto riguarda i partiti (-0,4% rispetto al 2011. Solo quattro umbri su cento poi, secondo l’Istat, esprimono fiducia nei governi locali (Regione, Province e Comuni). Percentuali simili per il sistema giudiziario (4,2%) mentre a «salvarsi», in parte, sembrano essere solo forze dell’ordine e vigili del fuoco (7,3%). E se solo il 17.7% degli umbri pensa che la maggior parte della gente sia degna di fiducia, con la crisi scende anche la quota di persone che hanno finanziato associazioni (dal 20% del 2008 al 15% del 2012) e di quelli che hanno svolto un’attività gratuita o di volontariato (dal 10,2% del 2008 al 7,2% del 2012).
Sicurezza Uno dei capitoli affrontati è poi quello della sicurezza: sei su dieci nel 2009 (era il 66% nel 2002) si fida a camminare in una strada buia, con il 39% (contro il 32% del 2003) che nel 2009 dichiarava di essere preoccupato di subire una violenza sessuale. In crescita poi il tasso di rapina, che passa dallo 0,7 per mille del 2009 (era l’1,2 nel 2008) all’1,7 per mille del 2011; fa da contraltare invece quello di borseggio, più che dimezzato (da 6,5 a tre per mille) dal 2006 al 2011. In aumento i furti, dal 13,8 per mille del 2008 al 18,3 per mille del 2011. Secondo il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, il rapporto presentato lunedì «offre lo spunto per richiedere che le relazioni tecniche di accompagnamento delle nuove leggi descrivano l’effetto atteso sulle diverse dimensioni del benessere e non solo sulle variabili finanziarie». Insomma, prendendo ad esempio alcune esperienze internazionali che già utilizzano il Bes, chi governa dovrebbe integrare anche le valutazioni su come le politiche pensate impattano sulla dimensione sociale e ambientale delle persone.
