di Marco Torricelli
Assemblee iniziate, referendum confermato – dal 15 al 17 dicembre – e probabile, per non dire scontato, ‘via libera’ a quello che l’Ast, in piena coerenza, ha sempre definito un «piano di ristrutturazione». La prima giornata del ‘dopo accordo’ scorre via tra un po’ di delusione, qualche urlo e parecchia tensione. Ma i sindacati nazionali difendono la decisione di firmare. Poi in serata arriva pure la pioggia.
La Fim Per il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli, «abbiamo illustrato nel dettaglio i contenuti dell’ipotesi d’accordo firmato ieri, registrando un clima sostanzialmente positivo e una vastissima partecipazione. Il testo è stato illustrato come un accordo difensivo, ma di grande importanza per aver arginato la prepotenza della direzione aziendale e rimesso in campo il futuro produttivo e occupazionale dell’Ast».
La Uilm Mario Ghini,, segretario nazionale della Ulm, invece, dice che si tratta di «un accordo che indica la strada per il rilancio, un’intesa che determina dei sacrifici per i lavoratori, ma che crea prospettiva».
La Fiom Rosario Rappa, segretario nazionale della Fiom, parla invece di assemblee «molto partecipate in cui i lavoratori dimostrano grande attenzione» e nelle quali sono emerse anche «criticita», in particolare delle «sofferenze» che sono state evidenziate per i lavoratori delle ditte esterne all’Ast e per il contratto integrativo.
Lo sfogo Durissimo, su Facebook, lo sfogo del segretario della Fiom ternana, Claudio Cipolla: «Sulla vicenda Ast – scrive – è finita l’era dei “consiglieri” quelli che non hanno fatto altro che dare consigli su come fare, cosa fare, quando fare, criticando tutto ed il contrario di tutto! Oggi è iniziata l’era dei ‘giudicatori’ quelli che danno giudizi su quanto fatto come fatto, quando fatto e spiegando tutto ed il contrario di tutto con, secondo loro, la verità in tasca. Tra qualche tempo arriveremo all’era dell’«io ve l’avevo detto», quelli che faranno a gara a dirci che loro ce lo hanno sempre detto che già avevano capito ed intuito tutto da anni ma che noi, miopi venduti del sindacato, non li abbiamo ascoltati! Informo tutti che per me è iniziata l’era dei ‘vaff..’ tutti quelli che c’ho arretrati da 5 mesi ad oggi (non distribuiti per responsabilità sulla vertenza) e che con cadenze regolari e con pazienza distribuirò a quanti non hanno fatto altro che rompere i ‘cog..’ a noi e a quei lavoratori del sito Ast che, ripeto, si sono guadagnati tutto da soli». Vediamo, quindi, cosa c’è nell’accordo.
Gli investimenti Cento milioni, in quattro anni, Ast si impegna a spenderli per «sostenibilità ambientale ed energetica, sicurezza operativa, miglioramento impiantistico», mentre una parte di quei cento milioni – non specificata nell’accordo, ma che l’azienda aveva già annunciato essere compresa tra i due e i cinque – verrà spesa per «l’efficientamento dell’attività fusoria». Poi ci sono i «20-30 milioni» per il trasferimento della linea di Torino.
Ricerca ed innovazione Tanto più che i 10 milioni di investimenti previsti nei prossimi quattro anni per «ricerca ed innovazione», appaiono decisamente sottodimensionati per una multinazionale che abbia davvero intenzione di dare prospettive di sviluppo ad un sito e non punti, invece, ad una sua ristrutturazione. Magari per renderlo il più simile possibile a quello che possa rientrare nei progetti di un possibile compratore.
I conti Per essere appetibili, però, occorre rimettere in ordine i conti, visto che sotto la guida tedesca il capitale netto di Ast è letteralmente crollato: dai 344 milioni del 2009 si è ridotto ai 56 del 2013. Con il risultato che il rapporto tra i debiti – costantemente compresi tra gli 800 milioni ed il miliardo l’anno – è diventato di quasi quindici volte. E così, a settembre, Lucia Morselli aveva spiegato ai sindacati che c’è la previsione dello «spostamento dei volumi di produzione verso prodotti laminati a freddo, a più alto margine (da 411 a 540 mila tonnellate, +30%; ndr); la riduzione dei volumi di Hot Black Band a basso margine (da 595 a 350 mila tonnellate, -40%; ndr); l’incremento della produzione in funzione dei volumi di produzione di laminato a freddo e l’incremento della penetrazione nel relativo mercato di riferimento».
Stabilimento ‘freddo’ A ben vedere, ma si sapeva, la strategia di Ast appare sempre più rivolta a mettere a punto uno stabilimento dove si possano fare, bene, lavorazioni ‘a freddo’, piuttosto che rendere produttiva ed efficiente un’acciaieria che, a dirlo erano un po’ tutti fino a quale mese fa, per essere tale avrebbe dovuto produrre ben più – il 25-30% – del milione di tonnellate di acciaio fuso all’anno sul quale ci si è accordati.
La proposta Il futuro di Ast si garantisce «mediante una nuova società ad azionariato diffuso, autonoma finanziariamente e legata al territorio». La proposta di public company, già presentata a Terni, è stata rilanciata dalla deputata umbra di ‘Scelta civica’, Adriana Galgano, in una conferenza stampa a Montecitorio.
Galgano «L’accordo di ieri è sicuramente un importante primo passo – ha esordito Adriana Galgano – ma l’acciaio non è uno yogurt, bisogna mettere in campo strategie di lungo periodo affinché l’Ast si riprenda il ruolo di primo piano che le spetta. La priorità era salvare i posti di lavoro ma adesso dobbiamo pensare al rilancio dell’azienda e i 100 milioni di investimenti previsti dall’accordo non sono sufficienti. Inoltre la rete commerciale rimane in Germania con tutti i limiti del caso per il mercato italiano».
Public company La proposta di ‘Scelta civica’ è «la costituzione di una società ad azionariato diffuso – ha detto ancora Galgano – che coinvolga città, lavoratori e imprenditori per attivare il Fondo strategico italiano, fare investimenti e trovare partner industriali per un piano di rilancio di lungo periodo. Vogliamo che la proposta arrivi sul tavolo del Governo e per questo abbiamo già chiesto un incontro a Graziano Delrio che, al momento, non ci ha ancora risposto».
L’operaio I limiti dell’accordo sottoscritto sono rilevanti anche per l’operaio Ast, Matteo Verticchio: «Quella tracciata ieri è la strada per portare l’azienda ad una morte lenta. Una fabbrica come Ast va riavviata e non certo con la propaganda becera di alcuni partiti o di qualche sindacato, piuttosto bisogna ricomprarla rimettendo sul mercato una parte delle azioni».
Le quote A scendere nel dettaglio della proposta è il rappresentante del comitato dei cittadini ternani, Giovanni Ceccotti, che ha spiegato come «le azioni per iniziare dovrebbero essere circa duemila, da 500 euro l’una, in modo da raggiungere in tempi brevissimi la cifra di un milione euro da mettere subito a disposizione dell’azienda”.
Bombassei Il presidente della Brembo nonché esponente di ‘Scelta civica’, Alberto Bombassei, ha voluto precisare che «essendo contrario alle statalizzazioni e alla gestione pubblica delle grandi realtà industriali, considero quella dell’azionariato diffuso come l’unica strada per poter rilanciare Ast, anche perché proprio in Germania sono diverse le multinazionali che hanno una struttura come questa e che funzionano benissimo per cui è una proposta che non deve stupire».
Area di crisi complessa Mario Bravi, segretario generale della Cgil dell’Umbria e Maria Rita Paggio, segretaria regionale Cgil e responsabile industria, invece, tornano a rilanciare un’altra idea: quella relativa all’area di crisi complessa. Definiscono «importante e positiva l’ipotesi di accordo sottoscritta» e che «questo risultato va ascritto pienamente al merito della mobilitazione continua, costante e tenace dei lavoratori dell’Ast, che ha modificato sostanzialmente le condizioni iniziali sul tavolo». Ora, però, «le istituzioni, a partire dal governo nazionale, devono sostenere questo percorso, a partire dall’attivazione degli strumenti per rendere praticabile il riconoscimento del territorio ternano come area di crisi complessa». Che, com’è noto potrebbe aprire a nuove e differenti forme di sviluppo del territorio.
