di Maurizio Troccoli
Mentre per le strade di Norcia e di Visso è sulla bocca di tutti la previsione astrale di un personaggio del luogo che avrebbe parlato di insolito allineamento di pianeti per un probabile forte terremoto, c’è chi si affida agli elementi della scienza, pur nella loro incompiutezza. Quanti sanno ad esempio che il terremoto degli ultimi giorni è per caduta e non per compressione? E quanti conoscono la differenza?
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Ci sono terremoti e terremoti In una intervista di Repubblica a Carlo Doglioni, presidente dell’Ingv, quella sigla che tutti hanno imparato ormai a tradurre nell’istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia e che molti hanno installato anche come applicazione sul proprio smartphone, è possibile smentire la convinzione secondo cui dei terremoti si conosce poco o niente. E’ un fatto che non è possibile prevedere un evento sismico. Né qui, né altrove. Ma è altrettanto un fatto che è possibile prevedere invece i danni che è in grado di creare, la tipologia di terremoto che può colpire un’area, la potenza che può sprigionare, zona per zona del paese, come è possibile leggere più segnali. Occorre però partire dal fatto che ci sono terremoti e terremoti e, quello di Visso, Ussita, Preci, degli ultimi giorni, è tra i peggiori. Peggio ad esempio di quello dell’Emilia del 2012. Significa che per caratteristiche, attribuendo ad entrambi la stessa magnitudo, uno può essere molto più distruttivo e devastante dell’altro.
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Il più devastante Doglioni infatti nell’intervista spiega che «il terremoto di mercoledì non era inatteso». Che è diverso di dire era previsto. «E’ figlio di Amatrice, come ‘Amatrice era figlia’ dell’Aquila. L’Ingv e la Protezione civile erano pronti a intervenire nel caso in cui quel frammento di crosta tra Marche e Umbria fosse crollato». Insomma se si fa lo sforzo di capire che c’è un pezzo di crosta terrestre sotto di noi, e precisamente sul confine tra Umbria e Marche e quel pezzo di crosta terrestre lungo per 18 chilometri, largo 10 e profondo 9, era mantenuto agganciato per un solo lato, poiché il lato opposto era già caduto nel terremoto di Amatrice, allora si capisce come è possibile che uno scienziato sostenga che «non era inatteso». Infatti spiega: «Il pezzo di crosta è caduto di mezzo metro. Le dimensioni della faglia che si è rotta sono di poco inferiori rispetto al sisma di Amatrice, l’energia rilasciata, circa la metà».
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La nuova faglia Parliamo del lembo a nord di quel pezzo di crosta, perché quello a sud «era caduto il 24 agosto». Questa a nord «fino a mercoledì era rimasta come sospesa. Eppure dai dati del Gps che segnalano lo spostamento della superficie e quindi l’accumularsi delle tensioni anche in profondità, l’Ingv sapeva che a nord la situazione era identica rispetto a sud. Erano avvenute le stesse deformazioni. L’Ingv l’aveva ipotizzato nelle scorse settimane. La protezione civile era avvertita, infatti è stata encomiabile, rapidissima nei soccorsi». Dopo avere spiegato che questo non significa che i terremoti siano in aumento e che lo sciame durerà ancora, perdendo progressivamente di potenza, Doglioni entra nel concetto di effetto domino: «Non sempre la reazione a catena si sviluppa, ma ogni scossa destabilizza l’intero sistema, cambiando il gioco delle forze. Quando accade un evento importante è più facile che ne accada un altro. In questo senso Amatrice è figlia dell’Aquila e le scosse di mercoledì sono figlie di Amatrice».
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I peggiori quando la crosta cade Alla domanda di Repubblica se i geologi hanno imparato qualcosa dagli ultimi terremoti Doglioni risponde «si, una cosa importante. Che le case si danneggiano di più quando durante un terremoto il suolo si abbassa». Ecco che entra in gioco un altro fattore importante da conoscere. Ci sono terremoti e terremoti e quindi quelli che sollevano il suolo e quelli che lo fanno cadere. I primi fanno meno danni dei secondi, per la semplice ragione che, sollevando il terreno, gli edifici sfidano la forza di gravita (che spinge verso il basso) diventano quindi più pesanti e quindi più resistenti all’urto. Nel caso di caduta invece accade esattamente il contrario. Ovvero gli edifici cadendo, vanno a favore della forza gravitazionale, quindi diventano più leggeri e si aprono, sgretolandosi all’urto. Accade particolarmente con le «onde di taglio – spiega Doglioni – o onde a ‘s’ le più distruttive». I terremoti in cui la crosta cade – spiega ancora l’esperto – sono gli estensionali, tradotto si potrebbe dire quelli in cui le ‘placche’ ‘si allontanano’ l’una dall’altra e la crosta cade. I terremoti invece in cui la terra si solleva, sono quelli in cui le croste si scontrano. Nei terremoti estensioni i danni sono enormi e «le repliche possono durare anche mesi». In quelli compressivi, dove appunto la terra si solleva a causa dello scontro tra le zolle, come quelli tipici del Giappone, a parità di magnitudo rispetto agli altri, i danni sono inferiori E’ quello che è accaduto ad esempio in Pianura Padana nel 2012, dove la magnitudo fu simile a quella attuale di Visso, ma i danni inferiori poiché la terra si sollevò. «Lo sciame durò poco perché sollevare la terra richiede molta energia». Doglioni spiega anche che l’Ingv è a lavoro per ‘la carta della magnitudo’ ovvero una mappa che indichi zona per zona la magnitudo massima che ci si può attendere. Rispetto alla capacità della scienza di prevedere i terremoti Doglioni ha detto: «Per ora non sappiamo prevedere il momento esatto in cui la crosta si romperà, ma fino a qualche anno fa non eravamo neppure in grado di curare molte malattie».
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