Il centro culturale islamico

di Francesca Mancosu

Vollusiano: ha il nome di un imperatore romano, che in verità andrebbe scritto con una ‘elle’ soltanto, una delle vie più multietniche di Terni, salita alla ribalta delle cronache negli ultimi mesi per la vicenda del ‘dormitorio’ della Caritas. O, meglio, del ‘Centro della Caritas’, come ci tiene a precisare il presidente, Claudio Daminato, che assicura che «i lavori proseguono e la struttura sarà probabilmente aperta entro l’estate». Cambio di destinazione d’uso, e consiglio comunale permettendo.

La Gerusalemme ternana Ecco perché questa strada, che corre a pochi passi dalla stazione ferroviaria, dalla scuola De Amicis e dall’istituto Casagrande (e dalla sconquassata area dell’ex Camuzzi) merita di essere conosciuta – e diventa la seconda ‘tappa’ del nostro viaggio – anche per un’altra ragione. In pochi metri, forse 20, si trovano infatti i luoghi di culto di tre religioni agli antipodi: la chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni (cioè dei mormoni), il tempio degli indiani di confessione sikh, la moschea musulmana. Senza dimenticare che dall’altra parte del viale s’intravede la basilica cattolica di Sant’Antonio.

Tra i mormoni I più loquaci, se non altro per motivi linguistico-evangelici, sono i mormoni della chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni. Definirli ‘immigrati’ è difficile, visto che i fedeli – circa 200 in tutto – sono per lo più ternani, ma la forte presenza di americani fra i cosiddetti ‘sacerdoti anziani’ (che diventano tali dai 18 anni in su) dà un tocco di esotismo anche a loro. «La domenica dalle 9 alle 12 celebriamo la nostra ‘riunione’: prima ci ritroviamo con le nostre società di soccorso, poi facciamo la scuola per bambini e poi la nostra ‘messa’, in cui dispensiamo a tutti i presenti pane e acqua (nè ostie nè vino; ndr)». Nel corso della settimana «siamo al servizio della nostra comunità, e non solo. Offriamo, gratuitamente, corsi d’inglese (‘no, non sono un mezzo per strappare nuove conversioni’, assicurano), la consultazione del nostro database per le ricerche genealogiche e tutte le attività di cui le persone possono avere bisogno, dall’assistenza ai corsi di cucina. Visto che l’organo fondamentale della nostra chiesa sono le famiglie, possiamo sposarci, ma non siamo poligami, pratichiamo la fedeltà e la castità prematrimoniale».

Nella moschea Sulla porta di fronte c’è scritto ‘Centro culturale islamico’, ma le lunghe file di tappeti per terra e di corani su una parete ne fanno una vera e propria moschea, che aperto i battenti una decina d’anni fa nei locali di un’ex autofficina. Per entrare basta togliersi le scarpe e, se si è donna, velarsi il capo. Una volta seduti per terra, a gambe incrociate, parlare e capirsi sembra più facile. «Voi non siete abituati a vivere con gli stranieri»: è forse questa la più grande verità con cui dobbiamo fare i conti, specie se a parlare è un signore, operaio dell’acciaieria, che proviene dal Marocco, paese in cui coabitano autoctoni, ex colonizzatori francesi e spagnoli, e 300 milla israeliani. «Quando sono venuto a stare qui, nel 1990, io ero uno dei pochi stranieri della città. Credo che mia moglie sia stata una delle prime donne con il velo che si sia vista in giro per Terni. E tutti ci guardavano male». Ma la situazione, malgrado la diffidenza diffusa, pare cambiare con le nuove generazioni. «I nostri figli – aggiunge un ragazzo, anche lui marocchino, fabbro, e a Terni dal 1999 – stanno crescendo come italiani. Hanno amici italiani, e spesso non parlano neppure l’arabo con noi genitori. Ma temo che noi resteremo sempre ‘stranieri’ e anche un po’ sottovalutati».

Nel tempio sikh L’ultima chiesa della via, due passi più giù, è il tempio degli indiani di confessione sikh, quelli dalle lunghe barbe e dai turbanti variopinti, per intenderci. Anche in questo caso, prima di entrare è necessario velarsi il capo, togliersi le scarpe ma anche lavarsi le mani. Al centro della sala, tappezzata di moquette, campeggia un altare circondato di fiori che racchiude il libro sacro ‘dell’ultimo ed eterno guru’ (Shiri Guru Grant Saheb Ji). «Noi preghiamo per il bene comune e il nostro tempio è aperto a tutti – esordisce il sacerdote. Con i ternani ci troviamo bene; quando siamo arrivati qui 20 anni fa ed eravamo senza punti di riferimento ci hanno aiutato. Poi abbiamo trovato lavoro come muratori o come operai nelle fabbriche e tutto è andato a posto». Anche per i sikh, la religione è parte integrante della quotidianità, oltre che della propria esteriorità. «Ci riuniamo la domenica, mattina e sera, ma la chiesa è sempre aperta. Qui celebriamo anche la cerimonia con cui si diventa sikh a tutti gli effetti (una specie di comunione; ndr) e ci si impegna a portare i 5 simboli della nostra religione – barba e capelli mai tagliati e coperti dal turbante, un pettinino in legno, un pugnale alla cintura, un braccialetto di ferro e un paio di pantaloncini sotto alla veste, a indicare l’obbligo di non toccare le donne altrui – e a rispettare i divieti di non mangiare uova, carne, pesce, e di non bere vino o usare droghe o tabacco». Ogni anno, ai primi di settembre, ricorda il sacerdote «festeggiamo il compleanno del guru Nanak. Per l’occasione, allestiamo dei grandi capannoni nel parcheggio delle ex-Officine Bosco dove si riuniscono circa 2000 sikh provenienti da tutta Italia e organizziamo una processione con i nostri vestiti tradizionali».

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