di Francesca Mancosu
Le case ristrutturate e ridipinte a colori vivaci. Arredi urbani contemporanei e pavimentazioni geometriche. Parabole, insegne in arabo, e bambini che gridano «mamma» in italiano, ma poi continuano a parlarle in una lingua di cui non capisci una parola. Questa è la ‘nuova’ Sant’Agnese, storico quartiere ternano a ridosso del fiume Serra, costruito alla fine dell’Ottocento (allora si chiamava Borgo Costa) come ‘dormitorio’ degli operai delle neonate fabbriche cittadine. E, da circa dieci anni a questa parte, trasformatosi in una sorta di cittadella multietnica, dove convivono filippini, cinesi, indiani, marocchini, tunisini, pakistani, romeni e albanesi. E ternani da generazioni.
«Non sembra più Italia» Lo spartiacque del quartiere è la vecchia fontanella, meta estiva di bambini sudati o in odor di gavettoni. «Oltre, soprattutto la sera – racconta un abitante di via Andrea Costa – è meglio non andare. Verso il fiume, lungo via Bezzecca, ci sono solo prostitute, travestiti e spacciatori. Non è un clima tranquillo, molte persone che abitavano qui se ne sono andate via. Nell’appartamento accanto al mio ci sono 26 indiani. Non hanno mobili, buttano per terra i materassi e si mettono a dormire». Gli fa eco un socio del Primo Club Rossoverde, che da poco più di un anno ha lasciato la sua sede storica in via Eugenio Chiesa, ora occupata da un negozio cinese di abbigliamento: «Non sembra più Italia. Fino al dicembre scorso, nell’appartamento qui sopra viveva un gruppo di spacciatori; poi la polizia ha fatto una retata e se li è portati via. Ma ne sono venuti altri».
Fra le tante voci allarmate, c’è chi non ha voglia di generalizzare: «Molti degli immigrati che vivono qui sono senza dubbio brave persone. Specialmente gli indiani, i filippini, i cinesi, che vedi uscire la mattina presto per andare a lavorare. Il nostro ormai è un quartiere in continua evoluzione ed ora c’è un po’ di tutto».
Il negozio Anche via Bezzecca non si riconosce più. Lungo il fiume corre un marciapiede curvilineo, con alberi e siepi ordinate. Tutte le palazzine sono state risistemate, tranne una. Sulla strada si affaccia un alimentari multietnico gestito da Amya, una ragazza pakistana. «Vivo a Terni da circa dieci anni e ho aperto questo negozio l’estate scorsa, dopo averlo rilevato dal proprietario precedente, un egiziano. Qui vengono sia stranieri che italiani, e finora non ho avuto noie di nessun tipo. Vendo carni italiane, macellate da un arabo secondo i dettami della nostra religione (da animali sgozzati e lasciati morire per dissanguamento; ndr), e prodotti africani, asiatici e italiani, ordinati sugli scaffali secondo il paese di provenienza».
«Noi, sempre stranieri» Dietro l’angolo c’è un centro culturale islamico, dove affluiscono i musulmani di tutta Terni. «Noi veniamo qui cinque volte al giorno, per le nostre preghiere rituali – ci racconta Anis – e gli abitanti del quartiere non fanno altro che spiarci da dietro le tende, specie gli anziani». Gli si affianca Samir, anche lui tunisino, cameriere: «Sto qui dal 1986. Ora ho 50 anni e sono senza lavoro da tre. Non sono contento di aver preso la cittadinanza italiana. È una fregatura. Ti costringe a pagare le tasse e basta. E poi, per quanto possiamo provare ad integrarci, noi restiamo sempre stranieri».
«Gli anziani non ci vogliono» Tarek invece è muratore, a Terni dal 2000. «Io lavoro, purtroppo meno di tre o quattro anni fa, ma ancora ce la faccio. Non abbiamo problemi di convivenza con i giovani; con gli anziani sì. Non vogliono proprio accettarci. Abbiamo provato a portare avanti dei progetti di integrazione con loro (sic), abbiamo organizzato cene a base di piatti marocchini e tunisini, tornei sportivi fra italiani ed extracomunitari, ma senza grossi risultati. Forse, col tempo, riusciremo a dialogare e a capirci. La nostra ormai è una realtà che il quartiere non può nè ignorare nè ghettizzare visto che qui ci sono almeno 30-40 famiglie straniere».
La religione Ma Tarek, membro dell’associazione culturale islamica, ha un’altra priorità. «Vorremmo trovare un altro spazio per il nostro centro. Abbiamo chiesto al Comune di costruire una moschea, con una libreria islamica e un campo giochi per i nostri figli ma per ora non sappiamo quando riusciremo a farla». Un altro problema sono i funerali: «Abbiamo una sala, all’ospedale, per preparare i nostri morti secondo quanto prescrive il Corano, ma non possiamo seppellirli qui e per ora siamo costretti a mandarli nei nostri paesi d’origine. Il Comune ci ha dato uno spazio al cimitero, destinato agli stranieri di confessione diversa, ma vorremmo uno spazio separato».
